giovedì 11 luglio 2013

Destini intrecciati


L'esplosione che ha sventrato un centro commerciale nel sobborgo sciita di Beir al-Abid, a Beirut, riposiziona bruscamente il baricentro dell'attenzione internazionale dal Cairo al Vicino Oriente, là dove la crisi siriana sta assumendo sempre più le caratteristiche di un buco nero che tutto risucchia. 

I due focolai, in realtà, non sono slegati: nell'ultimo anno, fili invisibili hanno accorciato le distanze fra l'Egitto, gigante sunnita impolverato sul finire dell'era Mubarak, e l'Iran, burattinaio mediorientale che in Siria ha molto da perdere. 

Appena eletto presidente della Repubblica egiziana, Mohammed Morsi scelse come seconda tappa della sua tournée all'estero, il 30 agosto scorso, la Repubblica islamica iraniana (la prima fermata fu invece a Pechino, il 29 agosto, ndr). Un segnale allarmante per Washington e Riad, che della spaccatura fra sunniti e sciiti hanno fatto un postulato matematico. Anzi finanziario. E anche per Israele, abituata ad addormentarsi nell'incubo del nucleare iraniano. 

L'intervento di Morsi al Vertice delle nazioni non allineate, organizzato appunto a Teheran, non fu morbido nei confronti del regime di Damasco, percepito dagli ayatollah come sangue del proprio sangue, ma si trattò comunque della prima visita di un presidente egiziano in terra sciita dal 1979. 

Poi, il 5 febbraio di quest'anno l'altrettanto storica visita dell'omologo Ahmadinejad al Cairo, ricevuto dal fratello musulmano Morsi. I due, a margine del summit della Cooperazione islamica, parlarono di Siria, Palestina ed equilibri regionali. “L'assetto geopolitico regionale sarebbe diverso, se Egitto e Iran avessero posizioni condivise”, disse il presidente iraniano, mentre il collega barbuto annuiva al suo fianco. 

E' chiaro che quelle due mani strette davanti alle telecamere devono aver tormentato i sonni di molti. Mentre i due capi di Stato discutevano – e gli uomini d'affari mettevano le basi di futuri progetti congiunti – fuori i salafiti (musulmani sunniti conservatori) protestavano contro qualsiasi concessione fatta agli eretici sciiti. 

Va da sé che, quando per Morsi, lo scorso 30 giugno, le cose hanno cominciato a volgersi al peggio, Teheran - e non Tel Aviv, né Washington, né Riad - ha invocato il rispetto del voto democratico in terra egiziana. Altrettanto logico che gli 'alleati' salafiti abbiano fatto lo sgambetto al presidente per il suo flirt orientale (ma non solo). 

Qui, è ovvio, non sono in discussione le scorribande interne dei Fratelli egiziani, che poco o nulla hanno a che vedere con la cultura democratica, ma, in un'ottica allargata, il peso che avrebbe potuto giocare una leadership forte al Cairo per le sorti di Siria e Libano. 

Se è vero che Teheran, dal conflitto damasceno, punta a veder riconosciuto il proprio peso politico – dando ormai per scontato che Assad è un cavallo zoppo – e se è altrettanto vero che Qatar e Arabia Saudita non hanno nessuna intenzione di accordare tale riconoscimento, un'intermediazione in grado di parlare ai due estremi del tavolo sarebbe stata salvifica. 

Saltata per aria la sponda dialogante egiziana, lo scontro senza quartiere fra sunnismo integralista e sciismo rischia ora di tracimare in Libano con forza dirompente.  

(Federica Zoja per Avvenire, 10 luglio 2013)

Fratelli regionali


L'esito della battaglia in corso fra Forze armate egiziane, invocate da una parte di popolazione, e Fratellanza musulmana è cruciale non solo per il grande Paese nordafricano, ma per l'intero quadrante geografico. 

Lo sa bene Mohammed Badie, guida suprema degli Ikhwan al-Muslimun al-masriun (Fratelli musulmani egiziani) dal 2009, che ha già operato una precisa scelta: cresciuto negli anni della clandestinità e della dissimulazione, vista l'alba di una nuova repressione da parte dei generali, ha chiamato i suoi all'estrema resistenza. 

Per il momento, nessun leader della Confraternita né del partito islamista Libertà e giustizia ha pronunciato il termine jihad, ma si intuisce che la tentazione è forte. In quel caso, sarà determinante il ruolo degli altri Fratelli regionali. Badie potrebbe cercare l'appoggio dei cugini tunisini e libici, ma a giudicare dalle cronache ci sono grattacapi interni per tutti. 

A Tunisi, la Fratellanza è rappresentata dal partito di maggioranza Ennahda (Rinascita): il coinvolgimento nel governo di voci antagoniste ha ridotto la reazione di rigetto da parte dell'anima laica del Paese, ma il tentativo di mettere a punto una carta costituzionale islamizzata non è stato digerito dalla popolazione. 

Ecco le accuse contro Ennahda: bulimia di potere, inesperienza nell'amministrazione e soprattutto nella gestione della crisi economica. All'inizio del mese di giugno ha visto la luce una petizione Tamarrod anche in Tunisia. Le principali richieste sono lo scioglimento dell'Assemblea costituente (Anc), l'annullamento della bozza della nuova Costituzione e la nomina di una commissione di esperti che si occupino della Legge fondante per il Paese, tenendo conto di tutte le componenti della società. I ribelli tunisini chiedono anche elezioni anticipate. 

“Oggi l'Egitto, domani la Tunisia. Abbasso i Fratelli musulmani, rivoluzione fino alla vittoria”, gridavano centinaia di manifestanti, riuniti di fronte all'ambasciata egiziana di Tunisi nei giorni scorsi. Rachid Ghannouchi, numero uno di Ennahda, e l'ex premier Hamadi Jabali hanno preso le distanze dall'atteggiamento totalitario di Erdogan in Turchia e Morsi in Egitto, seppure dicendosi preoccupati per gli interventi dell'esercito. Gli islamisti moderati tunisini sono contestati anche dai salafiti, che spingono per l'applicazione della sharìa, a costo di incendiare il clima sociale. 

Poi ci sono i Fratelli di Libia, con il partito Giustizia e costruzione e altre sigle minori che vantano sei ministri nell'attuale governo. Braccati da Muammar Gheddafi – ma coccolati dal figlio e delfino Seif al-Islam – gli Ikhwan libici non hanno il medesimo radicamento che in Egitto, per questo guardano alla Guida suprema egiziana come loro riferimento. Alcuni elementi potrebbero dare sostegno operativo ai cugini del Cairo, ma in clandestinità, perché non godono di grandi simpatie fra la popolazione. 

Da una costola della Fratellanza egiziana proviene anche quella giordana, accusata di voler cacciare il casato hashemita da Amman, sebbene coinvolta nella vita politica da 40 anni. 

Ma i Fratelli che hanno più da perdere da un effetto domino egiziano sono quelli turchi, al potere dal 2002 con il partito Giustizia e sviluppo di Recep Tayyep Erdogan: la spinta islamizzante sembra ormai aver saturato la società turca. Sono Fratelli in esilio gli elementi di spicco dell'opposizione politica al regime siriano: ospitati da Ankara, vorrebbero imitarne la recente storia. 

E ha uguale Dna anche Hamas, nato nel 1987 dalla Fratellanza musulmana palestinese. A Gaza, Hamas è messa in discussione da frange oltranziste. Sulla sponda della Striscia, il richiamo del Cairo potrebbe trovare orecchie attente.

(Federica Zoja per Avvenire, 7 luglio 2013)

Strana coppia


In due anni è cambiato tutto, eppure sembra che non sia cambiato niente: fra gli egiziani e i loro generali è ufficiale il ritorno di fiamma. 

Un fallimento storico per la borghesia islamista, che ha aspettato la propria chance per mezzo secolo e ha bruciato in poco più di un anno il credito guadagnato nelle prigioni di Anwar Sadat e Hosni Mubarak. E un successo per l'esercito, che si conferma ancora una volta nella storia del Paese nordafricano lo scoglio cui aggrapparsi quando tutto volge al peggio. 

Solo “protezione”, come scrive l'attivista Dalia Ziadam, dirigente del Centro Ibn Khaldun per gli studi democratici, oppure nuova dittatura lo dirà la storia. Per ora alcune valutazioni, però, si possono azzardare: rimosso nel 2011 Hosni Mubarak – che è stato condannato a morte nel corso di un primo processo e ora ne affronta un secondo – alcune figure strategiche all'ombra del suo regime trentennale, come il generale Sami Enan, hanno mantenuto intatto prestigio e influenza. 

Se infatti in Yemen, allo smantellamento del clan Saleh a fine 2011 sta facendo seguito la riduzione del potere economico e politico delle Forze armate, in Egitto ciò non è avvenuto: ancora oggi si ritiene che non meno del 45% dell'economia egiziana sia controllato dall'esercito, beneficiario sotto Mubarak di terre, fabbriche, proprietà immobiliari e complessi industriali in tutto il Paese. 

I militari hanno goduto dei proventi non solo dell'industria bellica – in particolare negli anni '80, da Saddam Hussein, dal Kuwait, dalla Somalia e dal Sudan – ma anche di quella civile e non li hanno perduti. Le F.a. traggono guadagno dall'industria alimentare, tessile, manifatturiera, dall'agricoltura, dal turismo, dall'edilizia, da cementifici e acciaierie, dal comparto sanitario e da quello degli idrocarburi. Anche ora, tutto passa sotto il grande ombrello protettivo del Segreto di Stato. 

Una volta in pensione, oggi come fino a due anni fa, comandanti e generali si danno alla politica oppure si convertono al business (come il rivale di Mohammed Morsi alle presidenziali del 2012, Ahmed Shafik). Un intreccio fra affari, politica e sicurezza che ricorda da vicino il modello americano, anche se adesso Washington storce il naso nel concedere i consueti 1,3 miliardi di dollari per finanziare la stabilità dell'alleato arabo. 

A gestirli è sempre stato il ministero della Difesa e della produzione militare (circa 42.000 i dipendenti): è di almeno 250 milioni di euro annui il profitto netto derivante da attività civili. Il budget ministeriale, esclusi gli aiuti americani, è di 6 miliardi di dollari. Al decimo posto nel mondo per grandezza (tra 400.000 e 450.000 gli arruolati, mentre i riservisti sarebbero altrettanti), le forze armate egiziane si articolano in esercito (il più grande del mondo arabo), marina, aeronautica e aviazione militare, cui si aggiungono forze paramilitari ancora in essere. Infine, le Forze di sicurezza centrali e quelle di confine, che però fanno capo al ministero degli Interni. 

Dopo la Rivoluzione, alcuni giudici intrepidi hanno messo in piedi processi per corruzione per le divise più esposte, ma senza esito: l'imputato Enan, per esempio, è stato Consigliere militare della presidenza Morsi senza colpo ferire. Un anno fa, l'ennesimo scandalo: l'esercito egiziano si è 'regalato' un complesso sportivo da sogno nel deserto a Est del Cairo (stadio, piscine, albergo a cinque stelle, strada a quattro corsie per arrivarci, ecc..), realizzato a cavallo fra 2010 e 2012. 

Eppure, in un sondaggio condotto dal suddetto Centro Ibn Khaldun (fondato da Saad Eddin Ibrahim, professore di sociologia acerrimo nemico di Mubarak, negli anni '90) nel mese di marzo, l'88% degli intervistati auspicava il ritorno dei militari al potere. E di questa maggioranza, la massima parte aveva meno di 35 anni. Insomma, se anche Morsi dovesse cadere, non c'è altra alternativa se non quella armata.

(Federica Zoja per Avvenire, 4 luglio 2013)

Dal divano alla piazza


Si è cominciato a parlare di un partito del Divano (in arabo egiziano kanaba, termine derivato da canapé, ndr), nell'autunno del 2011, quando coloro che avevano fatto la rivoluzione dei 18 giorni puntarono il dito contro gli altri. 

Quelli che erano rimasti in silenzio, appunto seduti sul divano di casa, mentre i più intrepidi si facevano massacrare dagli uomini di Hosni Mubarak. Rubata agli attivisti, la parola è stata utilizzata da politologi e mezzi di comunicazione per dipingere la maggioranza dei cittadini egiziani, non necessariamente vili o indifferenti. Semplicemente troppo occupati a sopravvivere, fra famiglia, miseri doppi lavori e disservizi sociali, per scendere nelle strade. 

Ebbene, dopo un anno di strapotere islamista, anche quelli di Hizb al-Kanaba, che proprio nella Fratellanza musulmana avevano creduto per il futuro dei propri figli, hanno rotto il silenzio e abbandonato il salotto di casa. La maggioranza silenziosa, rimasta tale per oltre un anno mentre la nuova dirigenza politica faceva man bassa di tutti i posti chiave nell'amministrazione del Paese, ha evidentemente toccato il fondo. E senza bisogno di sigle politiche, richiami religiosi né road map ha già tolto la fiducia al presidente della Repubblica Mohammed Morsi. 

Alcune riflessioni, inevitabili: né i vertici né tantomeno la base dell'Egitto di oggi hanno digerito le regole del galateo democratico, che impongono una serie di passaggi obbligati e assunzioni di responsabilità. Inoltre, la petizione Tamarod (Ribellione), semplice nel linguaggio e negli obiettivi, ha avuto il tempismo che era mancato a tutte le iniziative precedenti, cosiddette marce da un milione di cittadini cui partecipavano poche centinaia di persone.

Ma soprattutto, la leadership politica islamista non ha colto il disagio logorante in cui, nell'ultimo anno e mezzo, ha vissuto la grande massa silenziosa dei concittadini: interruzioni di corrente elettrica continue (un tempo frequenti solo in estate, a causa del consumo di elettricità da parte degli impianti di condizionamento dell'aria), code ai distributori di benzina e gas (alcune finite nel sangue, con gli utenti infuriati gli uni con gli altri), aumento dei prezzi dei beni di prima necessità senza precedenti, cumuli di immondizie abbandonati per giorni, diffuso senso di insicurezza anche in aree residenziali dei centri urbani, infrastrutture in decadimento. 

E fame, tanta fame per almeno un quarto della popolazione, con meno di un dollaro al dì. Un altro quarto, invece, sopravvive con poco più di un dollaro al giorno. La Banca mondiale ha cominciato a lanciare l'allarme in marzo, preannunciando una “catastrofe economica”: in concreto, non ci sono soldi per importare grano (il 75% del fabbisogno interno arriva dall'estero) e questo vuol dire che milioni di persone faranno la coda ai forni, sotto il sole di mezza estate, inutilmente. 

Senza soldi, va da sé, l'Egitto non può importare niente di niente. Le riserve sono crollate da 36 miliardi di dollari a 13 nel biennio. Il presidente Morsi, tuttavia, resiste da oltre un anno al Fondo monetario internazionale, pronto a concedere 4,8 miliardi di dollari di prestito a certe condizioni: tanto, pare abbia detto ai fedelissimi, “il mondo non permetterà che un grande Paese come l'Egitto faccia fallimento”.

(Federica Zoja per Avvenire, 4 luglio 2013)

Torna l'esercito, ma islamizzato


Era il 12 agosto del 2012 quando il presidente egiziano Mohammed Morsi, in carica da neanche un mese e mezzo, silurava il feldmaresciallo Mohammed Hussein Tantawi, capo delle forze armate, ministro della Difesa. L'uomo più potente in Egitto nell'interregno fra la caduta di Hosni Mubarak e le prime elezioni presidenziali democratiche. Di fatto, l'ultima vestigia del regime uscente. 

Con un decreto presidenziale di dubbia legittimità, Morsi faceva carta straccia della dichiarazione costituzionale con cui i suoi poteri erano stati arginati – commissionata dallo stesso feldmaresciallo alla Corte costituzionale prima del secondo turno elettorale, in giugno - e relegava Tantawi a una carica onorifica. 

Al suo posto il capo dell'intelligence militare Abdel Fattah al-Sissi. Stessa fine per il capo di stato maggiore della difesa (e numero 2 del Consiglio Supremo della Difesa), generale Sami Anan, sostituito con il generale Sidki Sobhi. Nei piani di Morsi, secondo fonti interne alla Fratellanza musulmana, rimuovere le figure in grado di orchestrare un colpo di Stato contro di lui, percepito come altamente probabile nelle prime settimane di presidenza. 

Per l'opinione pubblica, un dovuto ricambio generazionale fra Tantawi, pluridecorato in tre guerre arabo-israeliane e nel Golfo, nonché spalla di Mubarak per decenni, e al-Sissi, più leggero di vent'anni. E, secondo alcuni analisti egiziani, anch'egli Fratello fino all'osso come Morsi: studi di base in Egitto, specializzazioni negli Stati Uniti e in Gran Bretagna; uomo di intelligence con illustri contatti in Arabia Saudita; una moglie coperta con il velo integrale. 

E discusse dichiarazioni a difesa dei “test di verginità sulle donne” che presero parte alle proteste contro Mubarak, “fatti nel loro interesse, per difenderle dall'accusa di prostituzione”. Per molti, l'uomo chiave delle prossime ore, sufficientemente ansioso di protagonismo da voltare la schiena a Mohammed Morsi. Quanto alla sua autonomia dalla Guida Suprema della Confraternita, Mohammed Badie, è tutta da verificare.

(Federica Zoja per Avvenire, 2 luglio 2013)

Il movimento sorto dal nulla


Il “movimento sorto dal nulla”, così Tamarod (in italiano Ribellione, ndr) è stato a più riprese etichettato dagli organi di stampa, giunge oggi nelle piazze egiziane con il suo carico di scontento nei confronti del presidente della Repubblica Mohamed Morsi e del blocco di potere islamista - moderato e conservatore insieme – che ha preso le redini della nazione un anno fa. 

Dopo la determinazione dimostrata dalla rivolta popolare del 2011, non sorprendono più le immagini della folla decisa a fare sentire la propria voce. Eppure l'effetto sorpresa di questa nuova fase della Primavera egiziana c'è tutto, perché questa ribellione è altro ancora. 

Innanzitutto è più giovane, anagraficamente e politicamente: a un nucleo di attivisti di lungo corso, nel ruolo di coordinatori, fa da manovalanza un fiume di volontari, in maggioranza sotto i 30 anni, che hanno trasformato un piccolo appartamento di Wust al-Balad, il quartiere centrale del Cairo, nel cuore pulsante della protesta popolare. 

Poi, Tamarod non ha cercato il supporto dei cosiddetti partiti di opposizione organizzati, non ha ambizioni per le elezioni parlamentari del prossimo ottobre, non ha piattaforme programmatiche. Dalle dichiarazioni rilasciate in questi giorni si deduce che gli stessi fondatori non avrebbero mai potuto immaginare un boom di adesioni simili: secondo gli ultimi conteggi, dal 28 aprile scorso, 22 milioni di egiziani hanno sottoscritto la petizione per l'interruzione anticipata del mandato presidenziale (altrimenti in essere fino al giugno 2016, ndr), scaricandola da internet e firmandola con tutti i propri riferimenti. 

Ha spiegato Ahmed Adel, 27enne di professione grafico, fra gli ideatori dell'iniziativa: “Abbiamo iniziato a far circolare il foglio nelle strade del Cairo e, nel giro di dieci giorni, avevamo già 2 milioni di firme”. Solo a treno partito, gli emissari delle varie sigle rivali dei Fratelli musulmani hanno cominciato a fare capolino, chiedendo: “In che modo possiamo aiutarvi?”. 

E pensare che i portavoce di Kefaya (Basta!), movimento anti-Mubarak nato nel 2004, avevano annunciato a metà maggio: “Tamarod non nasce sotto gli auspici di Kefaya”. Nelle ricostruzioni giornalistiche di mezzo mondo, invece, è il volto di Mohamed al-Baradei, del Fronte di salvezza nazionale, a dominare la scena. Lui che, nei sondaggi nazionali, è noto solo a un egiziano su quattro. 

“Tamarod sta superando tutti i predecessori per originalità, organizzazione e impeto”, ha scritto l'editorialista Azmi Ashour sul quotidiano filo-governativo al-Ahram, individuando nella “semplicità” l'asso nella manica della petizione, la prima efficace nella storia del Paese. E poi, è vincente la “trasversalità” della protesta, che “va là dove i politici professionisti non possono andare”: in tutte le case, “senza differenze di credo religioso”, né di classe sociale di appartenenza, né di area geografica. 

Con tutta “l'efficacia dei social network”, utilizzati con una nuova consapevolezza: oggi in piazza c'è Tahrir 2.0.. Infine, Tamarod fa appello “ai valori essenziali di una nazione, condivisibili da tutti”, conclude Ashour. Quindi, al di là delle analisi sociologiche, per dirla alla maniera dei rivoltosi: l'uomo politico Morsi è “un fallimento in tutti i sensi del termine.. inadatto ad amministrare un Paese delle dimensioni dell'Egitto”. 

(Federica Zoja per Avvenire, 28 giugno 2013)

sabato 10 novembre 2012

Presto la campagna del Mali?

Il Mali come l'Afghanistan o la Somalia, devastato dalla furia islamista radicale, dalle divisioni tribali, dall'assenza di un controllo centrale. 
Secondo indiscrezioni diplomatiche, ormai è questione di settimane e una missione militare internazionale tenterà di dare a Bamako quel sostegno logistico indispensabile per riprendere la sovranità territoriale, persa ormai da un biennio.
Diverse le piste battute in queste ore: si cerca di instaurare un dialogo con i gruppi laici fra i Tuareg del Nord, disponibili a distanziarsi dagli islamisti. Di convincere il fragile esecutivo a indire elezioni. Di consolidare le posizioni degli Stati africani occidentali, prima ancora che raggiungere una comunione di intenti in seno all'Unione africana.
Il dialogo è la strada privilegiata dall'amministrazione Obama, ora libera di occuparsi di nuovo del continente africano.
Ma si moltiplicano le voci di progetti bellicosi di Parigi, che ha ancora tanti - troppi - interessi nelle ex colonie. Un intervento francese nel quadrante sub-sahariano, si sa, sarebbe mal digerito da Algeria e Marocco. Meglio una missione africana, come in Somalia, appoggiata da Onu e Ue.
Nel frattempo, Strasburgo ha dato il la, in agosto, a Eucap Sahel Niger, iniziativa tesa a sostenere Niamey nella lotta al terrorismo: durata 2 anni, finanziamento 8,7 milioni di euro, basi distaccate a Bamako (Mali), appunto, e Nouakchott (Mauritania).
Chissà che per una volta, consapevole del rischio polveriera in Mali, Bruxelles non si muova prima di tutti.



mercoledì 7 novembre 2012

Vince Tawadros

La chiesa copta ortodossa ha una nuova guida. Anba Tawadros, attuale arcivescovo di Beheira, è il 118esimo “papa di Alessandria, patriarca di san Marco, capo della chiesa copta ortodossa in Egitto e all'estero”

Come vuole la tradizione, il cartoncino con il nome del successore di Shenuda III, mancato all'età di 88 anni lo scorso 17 marzo, è stato estratto a sorte dalla mano di un bambino bendato (a sua volta scelto fra ottanta volontari giunti da tutto l'Egitto) nel corso di una solenne cerimonia religiosa nella cattedrale di San Marco, al Cairo. Nell'apposita urna di cristallo c'erano anche i nominativi di Anba Rafael e Abouna Rafael Ava Mina, rimasti in corsa dopo il voto del 29 ottobre, che aveva già eliminato altri due illustri candidati. 

Poi, la mano di un bimbo di 6 anni ha segnato il destino del prelato, nato Waqih Sobhi Bakky Suleiman, proprio nel giorno del suo 60esimo compleanno. E lo ha scelto per un compito più che mai impegnativo nell'Egitto post-Mubarak dominato dalla Fratellanza musulmana: guidare la minoranza copta in tempi di forti discriminazioni sociali e politiche, di incertezza e instabilità. 

Ma Tawadros (Teodoro), nato nella città di Mansura, laureato in farmacia, operaio in fabbrica fino al 1988 e poi monaco nel Wadi Natrun, non teme le differenze religiose e guarda al futuro. Così i media egiziani lo hanno descritto nei giorni precedenti la cerimonia. 

 Al quotidiano cattolico La croix, che lo ha intervistato appena eletto, ha spiegato: “La mia priorità sarà confermare il ruolo spirituale della chiesa. Abbiamo due ruoli, uno spirituale e l'altro sociale. Oggi la Chiesa li esercita entrambi, ma le circostanze hanno creato confusione, e voglio fare chiarezza”. Questo perché, mentre era papa Shenuda III, “la chiesa è stata costretta ad assumere un ruolo politico” per via delle discriminazioni che i copti subivano già sotto Mubarak. 

Un cambio di rotta netto, dunque, rispetto all'orientamento del predecessore, morbido nei confronti della presidenza di Hosni Mubarak, favorevole alla successione del figlio Gamal e, infine, lapidario nell'ordinare ai confratelli di non partecipare alla rivoluzione anti-regime. 

Due i messaggi alle autorità: nella nuova Costituzione in discussione (nell'Assemblea costituente, è maggioritaria la componente islamista), “sembra ormai acquisito che l'articolo 2 della Costituzione del 1971 sarà mantenuto così com'è con la sharia (la legge islamica) come fonte principale”; uno status quo che i copti ritengono accettabile, ma se i salafiti dovessero premere ancora per ottenere di più, “la chiesa si opporrà a questo schema e avrà per alleati i laici e i liberali”. 

La questione chiave per tutti gli egiziani, ha argomentato l'arcivescovo, è “il futuro dei giovani”, cristiani e musulmani insieme. Si stima che i cittadini cristiani copti rappresentino circa il 10 percento dei 90 milioni di egiziani. 

mercoledì 31 ottobre 2012

Stampa imbavagliata a Manama

Non smette di far discutere (all'estero) la sentenza di assoluzione piena per una poliziotta bahreinita accusata di aver torturato la corrispondente della tv satellitare France 24 Nazeeha Saeed.

Aggiornato e rinviato più volte, il processo è terminato come quelli condotti nel Paese arabo nell'ultimo biennio, tutti aventi per oggetto maltrattamenti, torture e, in tre casi, i decessi violenti di giornalisti, locali o stranieri.

A dimostrazione che il regime dell'emirato, nonostante le raccomandazioni del Consiglio delle Nazioni unite per i diritti umani, non ha nessuna intenzione di permettere agli organi di stampa di seguire le rivendicazioni della componente sciita della società (maggioritaria), represse con la forza.

E la situazione non accenna a migliorare. Nel solo mese di ottobre almeno quattro blogger bahreiniti, colpevoli di aver scritto su Twitter commenti sgraditi alla monarchia regnante, sono stati arrestati senza che familiari e avvocati fossero informati.

D'altronde, la repressione nei confronti della 'primavera bahreinita' non fa che crescere di intensità: l'ultima decisione delle autorità, il 30 ottobre, è stata quella di proibire qualsiasi manifestazione o assembramento.

Eppure, il giovane Sheikh Nasser bin Hamad al-Khalifa si recherà il primo novembre nella Striscia di Gaza per inaugurare due scuole patrocinate dall'agenzia delle Nazioni unite per i rifugiati (Unrwa) e finanziate dalla ricca casa regnante.


lunedì 29 ottobre 2012

La stella del deserto


Al Cairo non si dorme mai. E non soltanto perché effettivamente attività commerciali e punti di ritrovo rimangono aperti per gran parte della notte. A non mancare – rivela una classifica di NDJ World – è l'elettricità. Come dire, intorno è tutto deserto, ma quella distesa di cubi di cemento a cavallo del fiume Nilo è sempre on, come una stella. 
Non solo, è proprio la più luminosa delle prime grandi metropoli mondiali.

Una notizia che di questi tempi fa sospirare gli egiziani, visto che si profila all'orizzonte un piano regolatore sul consumo di energia elettrica che sforbicerà senza pietà gli sprechi. La dissestata economia del Paese nord-africano, infatti, necessita di interventi mirati per ripartire e il nuovo corso politico firmato dalla Fratellanza musulmana intende dimostrare di essere all'altezza della sfida.
Dall'estate in poi, inoltre, non si contano i black-out verificatisi in tutto il Paese.

Il progetto allo studio considera la chiusura forzata dei negozi alle 22, per la ristorazione invece si prevedono deroghe. Una tragedia per coloro che lavorano la notte, e sono tanti, per arrotondare un misero stipendio diurno. I detrattori dell'iniziativa governativa puntano il dito anche contro la criminalità in crescita: senza luce, che ne sarà di alcuni quartieri a rischio?

L'alternativa, urlata nei talk-show televisivi, è che un corretto sistema fiscale reperisca le risorse per ammodernare il comparto energetico. E illuminare adeguatamente la vita di 90 milioni di egiziani.

giovedì 26 aprile 2012

Rivoluzioni di serie B



Torna la violenza in Bahrein, piccolo emirato al largo della penisola arabica in cui una minoranza musulmana sunnita (30%) regna sulla maggioranza sciita. Lì, la primavera araba non ha dato alcun frutto democratico, ignorata dai media mediorientali, tutti finanziati da monarchie sunnite, e da quelli occidentali. 
La ragione è semplice: gli sciiti del Bahrein hanno dalla loro un amico che fa paura a molti, l'Iran degli ayatollah. E così, anche le aspirazioni più nobili, le stesse dei rivoluzionari tunisini ed egiziani, sono rimaste senza voce oppure sono state sminuite. 
Ora la grande occasione di farsi ascoltare, offerta dallo sport: con il Gran premio di Formula uno di oggi, in programma a Manama, i riflettori del mondo sono puntati sul piccolo arcipelago del Golfo persico. Da qui le manifestazioni contro l'appuntamento sportivo, percepito come offensivo in un frangente storico tanto complesso, e la rabbia scatenata contro le forze dell'ordine. Alla vigilia del Gp, dopo ore di scontri durissimi, il cadavere di un giovane uomo è stato ritrovato nel villaggio di Shakhura, a 30 km dalla capitale, nella zona in cui si è tenuta una manifestazione. 
Il decesso è stato confermato dal ministero dell'Interno sull'account ufficiale del social network Twitter: nessuna ricostruzione ufficiale di quanto accaduto è stata fornita. Impossibile, però, negare la gravità degli avvenimenti dopo che Internet è stata sovraffollata dalle immagini degli agenti del regno intenti a sparare lacrimogeni, getti d'acqua e, in alcuni casi, anche proiettili veri. 
Uno dei parenti della vittima, identificata come Saleh Abbas Habib, 37 anni, ha raccontato che l'uomo “aveva partecipato a una manifestazione di protesta”. Arrestato, “non è più tornato a casa”, ha riferito il familiare. Il suo corpo senza vita si trovava sul tetto di una casa. 
Le proteste in Bahrein, soffocate una prima volta un anno fa e poi più volte nel corso dell'anno anche grazie al sostegno logistico dell'Arabia saudita, non colgono di sorpresa: saputa la data dell'evento automobilistico, il movimento giovanile 14 Febbraio ha convocato sui social network quelli che sono stati chiamati i tre giorni della Rabbia. 
Ora si attende di capire se, come chiesto dalla principale forza di opposizione, al-Wefaq, tutta la settimana sarà consacrata alle proteste per piegare il sovrano Khalifa bin Salman Ali Khalifa a concedere alcune riforme. Ma il principe ereditario Salman bin Hamad al-Khalifa fa orecchio da mercante, sfoggiando un'indifferenza glaciale: “Credo sinceramente che questa corsa sia una buona opportunità, unisce molta gente di etnia e religione diversa”. 
Nel mentre gli agenti disperdevano migliaia di sudditi accalcati su una delle strade d'accesso al circuito. “Almeno tremila manifestanti con striscioni e slogan inneggianti a libertà, democrazia e dignità”, ha riferito l'inviato della tv satellitare al-Jazeera, che per mesi ha oscurato le rivendicazioni sciite. 
Nelle intenzioni del principe ereditario, che possiede i diritti della corsa mediante la propria società per l'organizzazione di grandi eventi, la corsa avrebbe dovuto fornire al mondo un'immagine rassicurante dell'emirato. Obiettivo fallito. 
Quanto alla riconciliazione nazionale, invocata dal sovrano Hamad, neanche a parlarne. Sheikh Isa Qassim, massimo leader religioso della shi'a in Bahrein, ha condannato duramente i regnanti sunniti per aver voluto un evento del genere mentre il Paese è tormentato da divisioni irrisolte. In un sermone infiammato ha denunciato la repressione, violenta “come se fossimo entrati in guerra”. 
Eppure finora la situazione non è stata, almeno ufficialmente, affrontata dalla Lega degli Stati arabi. 
Gli attivisti del Bahrein hanno poche chance di ottenere qualche riconoscimento: la posta in gioco nell'emirato va ben oltre le loro rivendicazioni. A Manama si scontrano, su scala ridotta ma comunque significativa, gli interessi delle due super potenze islamiche, Arabia saudita e Iran. 
Entrambe decise a guidare i Paesi musulmani e, soprattutto, a controllarne le riserve di idrocarburi. Dagli emirati passa l'assalto iraniano alla penisola arabica, per ora contenuto da Riad.

(Federica Zoja su Avvenire 22 Aprile 2012)

giovedì 24 novembre 2011

Tutti contro Bashar

Tutti contro il regime siriano. Dopo aver chiuso uno o entrambi gli occhi sulla rivolta in atto in Siria da marzo a questa parte (costata la vita ad almeno 3500 persone, secondo le Nazioni Unite, ndr), la Lega araba sembra improvvisamente colta da attivismo e intraprendenza.

Come confermato dalle informazioni in possesso del Dipartimento di Stato americano: “Quasi tutti i leader arabi dicono la stessa cosa: il regime di Assad deve finire. Il cambiamento in Siria è inevitabile”, ha detto ieri Jeffrey Feltman, segretario di Stato aggiunto per il Medio Oriente, riferendo la situazione a Damasco a una sottocommissione degli Affari Esteri del Senato americano. “Alcuni leader arabi hanno già iniziato a proporre l'asilo ad Assad per indurlo a lasciare con calma e rapidamente”, ha aggiunto Feltman, dando così il metro delle pressioni cui é sottoposto in queste ore il presidente-oftalmologo.

Meglio tardi che mai, si potrebbe commentare, ripercorrendo in sequenza il domino di dittatori nel quasi totale silenzio della principale organizzazione politica dell'area. Un appuntamento con la storia fallito rovinosamente, un'occasione di riscatto dall'influenza delle potenze ex colonizzatrici lasciata sfuggire per sempre. Ma non tutto è perduto, devono essersi detti i rappresentanti delle 22 nazioni della Lega Araba, cogliendo nella rivoluzione siriana gli elementi per tornare sotto i riflettori e, allo stesso tempo, liberarsi di un nemico scomodo.

Il dittatore Bashar Al Assad, classe 1965, ha due grossi difetti che lo rendono odioso al 'palazzo di vetro' del Cairo, indirizzato nelle sue scelte dalla diplomazia egiziano-saudita: é di fede musulmana alawita e rappresenta la testa di ponte degli ayatollah iraniani nel mondo arabo. Di che candidare il presidente siriano all'eliminazione ben più di Muammar Gheddafi, a suo tempo ostile alla Lega eppure 'tollerato'.

Nel dettaglio, gli alawiti, setta sciita fondata nel X secolo, rappresentano solo il 20% della popolazione siriana, a fronte di una maggioranza sunnita. Più o meno la stessa proporzione esistente fra sciiti e sunniti nella comunità musulmana mondiale (30% contro 70%, secondo stime). Gli Assad, padre e figlio, hanno sempre garantito la tolleranza religiosa, forse proprio per il loro passato di emarginazione: ancora oggi gli alawiti sono considerati eretici dai sunniti, mentre sono stati legittimati dagli altri sciiti solo negli anni '70. Il discorso vale anche per la comunità cristiana (pari a circa 900 mila persone), che ora trema di fronte a un futuro dai contorni incerti.

Ma Damasco é solo una pedina di uno scacchiere regionale complesso e instabile. La Siria riflette il conflitto politico-religioso in atto in Medio Oriente: Teheran, paladina della minoranza sciita, contro Riad, custode della tradizione sunnita. Favorendo la cancellazione del regime di Damasco e la nascita di una nuova leadership 'amica', l'Arabia Saudita intende riguadagnare il terreno politico perso dall'11 settembre in poi e fare cosa gradita agli Stati Uniti. Proprio perché si sta progressivamente disimpegnando dal Medio Oriente, Washington, dal canto suo, ha tutto l'interesse a lasciare dietro di sé Paesi 'vedetta' in grado di tutelarne gli interessi.

Domani, i ministri degli Esteri dei 22 si riuniranno nella sede centrale del Cairo, affacciata su quella piazza Tahrir ormai divenuta sinonimo di rivoluzione, per decidere il da farsi contro Damasco - forse sanzioni, forse congelamento di beni -, colpevole di aver violato l'accordo di tregua con gli oppositori, firmato solo una settimana fa in Qatar. In realtà, risulta evidente che, se anche Assad fermasse l'esercito e si sedesse a un tavolo con il Consiglio nazionale siriano (Cns, il fronte unito della rivolta), il destino del regime di Damasco sarebbe comunque segnato.

Contro il comune nemico siriano, la Lega Araba sembra aver trovato una parvenza di unità.

(Federica Zoja su Avvenire 11 Novembre 2011)

Cercasi leader disperatamente

A 2 anni dal suo rientro in patria dopo una carriera diplomatica che lo ha portato alla direzione generale dell'Agenzia internazionale delle Nazioni unite per l'energia atomica (Aiea, 1997-2009), per Mohammed Mustafa El Baradei (giugno 1942, Cairo) potrebbe essere finalmente giunta l'ora di un incarico di prestigio.

Se, infatti, il Consiglio supremo delle forze armate (Csfa) e i principali attori politici coinvolti nelle trattative di queste ore giungeranno a un accordo intorno al suo nome, sarà lui il nuovo primo ministro egiziano. Si presuppone, tuttavia, che si tratterebbe di un incarico temporaneo, visto che i cittadini saranno chiamati a rinnovare, mediante un lungo processo elettorale, la Camera bassa del Parlamento fra il 28 novembre e la prima metà di gennaio. E all'insediamento della nuova assemblea dovrà corrispondere un governo che ne rifletta composizione ed equilibri.

La figura del premio Nobel per la pace (nel 2005, insieme all'istituzione di cui era direttore) é nota alla comunità internazionale soprattutto per la sua opposizione all'intervento militare americano in Iraq (2003), che Washington motivò con la presenza di armi di distruzione di massa nel Paese arabo. La storia diede ragione al diplomatico egiziano, che aveva affiancato Hans Blix durante le ispezioni Aiea e aveva escluso l'esistenza di armi nucleari o chimiche in Iraq.

Ma sul politico Mohammed El Baradei finora si é capito poco, come hanno messo in evidenza i media egiziani. Tornato in Egitto all'indomani del pensionamento (dicembre 2009), El Baradei ha cercato di raggruppare sotto la propria leadership le diverse anime dell'opposizione laica al regime di Hosni Mubarak, creando l'Alleanza per il cambiamento (febbraio 2010). Confuse e contraddittorie le mosse successive: il corteggiamento della Fratellanza musulmana e la partecipazione in prima fila alle più importanti celebrazioni religiose islamiche; gli ammiccamenti alla comunità cristiana copta e gli incontri con il patriarca Shenouda III; gli abboccamenti con Amr Moussa, ex segretario della Lega Araba, e frequenti viaggi all'estero per colloqui informali con i principali partner economico-politici dell'Egitto.

Un lavorìo frenetico in tutte le direzioni, probabilmente in vista di uno scontro con Mubarak alle presidenziali del 2011, ma senza mai presentare una piattaforma programmatica. La primavera egiziana ha scosso El Baradei. Era la fine di gennaio quando, mostrandosi in piazza Tahrir in mezzo ai dimostranti sosteneva: “Mubarak se ne deve andare” e invocava riforme democratiche. In quel frangente storico, a dargli popolarità e autorevolezza ci hanno pensato le forze di polizia, costringendolo agli arresti domiciliari, e gli islamisti, appoggiando il suo nome per la guida di “un governo di salvezza nazionale”.

Ora, verrebbe da dire, ci risiamo. Il regime – sempre quello di prima, solo orfano del Faraone Mubarak – traballa, gli islamisti moderati orchestrano una via d'uscita e il moderato Mohammed El Baradei non scontenta nessuno. Ma tale fiducia potrebbe rivelarsi un trabocchetto: una premiership di basso profilo rischia di 'bruciare' le ambizioni presidenziali del politico, troppo mite e sobrio per l'arena egiziana, secondo quanti lo hanno incontrato nella sua villetta alla periferia del Cairo.

Intanto, per uscire dall'ombra, El Baradei denuncia i crimini dell'esercito e comunica con il mondo via Twitter: che nessuno dica che è lontano dai giovani.

(Federica Zoja su Avvenire del 24 Novembre 2011)

Marocco al voto fra timori e speranze

Nell'anno del crollo di regimi autoritari considerati inamovibili, prosegue lo sforzo riformatore della monarchia costituzionale marocchina, finora abile a proteggersi dalla polvere delle macerie tunisine ed egiziane. L'ultima e decisiva tappa del 2011, a quasi 5 mesi dal referendum che ha sancito il ridimensionamento dei poteri del sovrano a favore di quelli esecutivo e legislativo, sarà il voto politico del 25 novembre, preceduto da 2 settimane di agguerrita campagna elettorale.

Venerdì prossimo, in anticipo di un anno rispetto alla naturale scadenza della legislatura, circa 14 milioni di cittadini aventi diritto al voto (a fine 2009, secondo la Banca Mondiale, la popolazione complessiva era di 32 milioni, di cui 6 all'estero) saranno chiamati a rinnovare l'Assemblea dei rappresentanti, la camera bassa del Parlamento marocchino (395 deputati, di cui una quota del 30% riservata alle donne). Nel numero dei votanti sono inclusi i marocchini maggiorenni residenti all'estero, che, in virtù della recente modifica della costituzione, potranno delegare un parente in patria. La contrazione dei tempi della politica é stata decisa dal re Mohammed VI quando ancora la febbre rivoluzionaria del suo popolo era contenuta. Il clima politico, tuttavia, é incandescente e incerto.

In una galassia punteggiata da 33 partiti, sono 2 i principali raggruppamenti: da un lato quello degli islamisti moderati di A'dala ua Tanmia (Giustizia e sviluppo), dati per favoriti dopo il successo dei colleghi tunisini, in tandem con il partito di governo uscente, il conservatore Istiqlal (Indipendenza), dall'altro il cosiddetto G8, ovvero gli 8 movimenti, fra liberali, socialisti e laburisti, riuniti sotto l'insegna della 'Coalizione per la democrazia'.

I sondaggi degli ultimi giorni danno in sostanziale parità le parti. I detrattori del blocco conservatore denunciano le mille pecche del partito marocchino più vecchio, Istiqlal appunto (1943): corruzione, clientelismo, incapacità di affrontare la crisi economico-sociale. E ricordano all'opinione pubblica laica la recente battaglia degli islamisti per introdurre nella costituzione la dicitura “Marocco, Stato islamico”: se fosse solo il primo passo verso scenari più estremi? Chi, invece, critica il G8, denuncia l'eterogeneità della coalizione, nata poco più di un mese fa per sbarrare la strada a un governo confessionale. Quanto ai giovani attivisti del movimento 20 Febbraio, organizzatori delle proteste in Marocco, hanno chiesto agli elettori di boicottare il voto, ritenendo tradite già dal referendum del 1° luglio le richieste della 'primavera marocchina'.

Secondo Wikileaks, Mohammed VI già nel 2005 la pensava così: “Non lasciatevi ingannare dagli islamisti – diceva a un senatore Usa – perché sembrano gentili e ragionevoli. Sono tutti anti-americani”. Eppure gli islamisti moderati intendono appoggiare la monarchia, contrariamente ai radicali di formazioni minori che ne vogliono la cacciata.

Sullo sfondo del duello fra islamismo e laicità, una situazione economica precaria, condizionata in negativo dalle difficoltà dell'eurozona, cui il Marocco deve i due terzi dei propri scambi commerciali: a fine 2010 il tasso di povertà era del 28%, la disoccupazione giovanile al di sotto dei 34 anni al 31,4%.

Grande assente nei programmi è la politica estera. Eppure i dossier scottanti non mancano: in primis, la normalizzazione delle relazioni con l'Algeria, con cui il Marocco, almeno sulla carta, é ancora in guerra; poi, i nuovi equilibri regionali e il legame con gli Stati Uniti d'America. Merita un discorso a parte la questione Sahara.

Ma sul voto del 25 pesa soprattutto l'incognita astensionismo: nel 2007 andò alle urne solo il 37% degli aventi diritto. Il futuro del Marocco é letteralmente in mano ai giovani, se é vero che il 57% dei votanti ha meno di 35 anni. Sul loro diritto a prendere in mano il destino del Paese vigileranno 4mila osservatori, ha garantito il Consiglio nazionale per i diritti umani.

(Federica Zoja su Avvenire di Giovedì 24 Novembre 2011)

domenica 13 febbraio 2011

La vera forza della divisa è il mondo degli affari

Sarà davvero sufficiente l'uscita di scena del presidente Hosni Mubarak a far voltare pagina alla Repubblica araba d'Egitto?

La risposta non può che essere negativa. Il raìs, in realtà, è solo la punta di un iceberg mastodontico, quello di una leadership militare che lo stesso presidente ha coccolato, nutrito, fatto arricchire nel corso di tre decenni. Fra Mubarak e i suoi generali esiste un rapporto di osmosi tale, fra interessi economici e politici condivisi, per cui oggi è difficile immaginare la sopravvivenza degli uni senza l'altro.

Non sorprende che in Egitto, caduto il tabù della salute del presidente, anche dopo 18 giorni di proteste popolari non si parli apertamente degli interessi economici in divisa: le forze armate, la vera classe dirigente del Paese, sono rimaste sempre nell'ombra lasciando ad altri, i servizi segreti, il compito di sporcarsi le mani e attirarsi l'odio degli oppositori. Ancora oggi l'esercito gode della stima della popolazione, che lo considera super partes. Ma presto, c'è da scommetterci, l'opinione pubblica comincerà a sbirciare nelle tasche dei suoi vertici militari e a chiedere spiegazioni.

Si ritiene che almeno il 45% dell'economia egiziana sia controllato dall'esercito, che negli anni ha ricevuto in 'dono' terre, fabbriche, proprietà immobiliari e complessi industriali in tutto il Paese. I militari hanno goduto dei proventi non solo dell'industria bellica – con commesse da capogiro, negli anni '80, da Saddam Hussein, dal Kuwait, dalla Somalia e dal Sudan, in particolare – ma anche di quella civile.

Ecco dunque che le forze armate traggono guadagno dall'industria alimentare, tessile, manifatturiera, dall'agricoltura, dal turismo, dall'edilizia, da cementifici e acciaierie, dal comparto sanitario e da quello degli idrocarburi senza essere mai tenute a rendere noto il proprio bilancio: tutto passa sotto il grande ombrello protettivo del Segreto di Stato. Una volta in pensione dall'esercito, comandanti e generali assumono prestigiosi incarichi di governo oppure si convertono al business nelle maggiori realtà industriali, talvolta di proprietà dello Stato talvolta privatizzate.

Un intreccio fra affari, politica e sicurezza che ricorda da vicino il modello americano, di cui l'Egitto è un'emanazione nel mondo arabo: ogni anno, un fiume di dollari (1,3 miliardi) scorre da Washington verso le casse del Cairo per finanziare la stabilità dell'alleato arabo, ritenuta indispensabile per il quieto vivere di Israele. Soldi di cui i cittadini egiziani non vedono neanche l'ombra, perché finiscono direttamente al ministero della Difesa e della produzione militare (circa 42.000 i dipendenti): è di almeno 250 milioni di euro annui il profitto netto derivante da attività civili. Il budget ministeriale, esclusi gli aiuti americani, è di 6 miliardi di dollari.

Al decimo posto nel mondo per grandezza (tra 400.000 e 450.000 gli arruolati, mentre i riservisti sarebbero altrettanti), le forze armate egiziane si articolano in esercito, marina, aeronautica e aviazione militare, cui si aggiungono forze paramilitari. Infine, le Forze di sicurezza centrali e quelle di confine, che però fanno capo al ministero degli Interni.

Ora ai militari egiziani il compito, paradossale, di pilotare una svolta epocale verso una società sempre più civile e meno militarizzata che ne lederà gioco forza gli interessi e ne ridimensionerà il ruolo. In parte, il ministro della Difesa Mohammed Tantawi sembra aver già dimostrato di essere l'uomo giusto, lui che, conosciuto come il “cagnolino” di Mubarak fino a pochi giorni fa, non ha esitato, secondo indiscrezioni, a criticare il presidente con la controparte statunitense. Dimostrando di voler saltare giù dal treno prima che deragliasse.

Avvenire, 12 Febbraio 2011

Esce di scena l'ultimo Faraone

Dopo 17 giorni di resistenza a oltranza, l'ultimo faraone egiziano sembra ormai destinato a uscire di scena. L'incertezza regna nella capitale, fra indiscrezioni su una sua partenza già avvenuta e su trattative dell'ultimo minuto per convincerlo a salire su un volo per Londra, dove parte della famiglia ha già traslocato.

Ma se alla fine Hosni Mohammed Sayyed Mubarak accetterà di rimettere il proprio incarico di presidente della Repubblica araba d'Egitto, per il grande Paese nordafricano si aprirà una strada del tutto nuova, non priva di incognite per i suoi 80 milioni di cittadini e per le nazioni limitrofe.

Una fine, quella del comandante dell'aviazione militare Mubarak, nato il 4 maggio del 1928 nel villaggio di Kafr El Mesalha, nel governatorato di Menoufia, che farà discutere a lungo, per le sue modalità del tutto inattese: i più, infatti, si aspettavano che colui che è stato il monarca assoluto dell'Egitto post-Sadat lasciasse orfano il suo 'regno' all'improvviso, per gravi motivi di salute. Mubarak è affetto da anni da un mare incurabile che lo ha costretto a più riprese a recarsi in Germania o in Francia per terapie tanto intensive quanto riservate. Da ultimo, meno di un anno fa il presidente è stato operato alla cistifellea nella clinica tedesca di Heidelberg, per poi fare ritorno in patria per la convalescenza dopo due settimane: in quell'occasione, il premier Ahmed Nazif ne ha assunto i poteri, mentre l'anziano raìs si riprendeva nella residenza di Sharm El Sheikh, sul Mar Rosso.

Tuttavia la malattia, probabilmente un tumore diffuso all'apparato digerente, non gli ha impedito in questi mesi di recarsi sovente all'estero in visita ai principali alleati economico-politici, fra cui quello italiano. Per rafforzare i legami, rassicurare gli 'amici' e mettere in guardia i nemici del regime, palesemente in attesa di scricchiolii sinistri. Ma il tam tam sul peggiorare del suo quadro clinico era sempre più insistente.

Nel luglio 2010, una fonte accreditata al Cairo ha dichiarato ad Avvenire: “Ormai ha un'autonomia di venti minuti. Lo tengono in piedi durante gli incontri ufficiali a forza di punture. Poi si ritira e crolla”. Per questo, nessuno avrebbe mai potuto immaginare che a scalzare il 'faraone' sarebbe stata una ondata di proteste popolari, accese dall'esempio tunisino, con la spallata finale dell'esercito a dare il colpo di grazia.

Ma forse per Mubarak il volta faccia dei vertici militari e la piega presa dagli eventi nelle ultime tre settimane non rappresentano una sorpresa. Lui stesso, a detta di storici e analisti, è stato fra i protagonisti di un frangente simile, 30 anni fa. La carriera politica di Hosni Mubarak ha preso uno slancio inarrestabile nel 1975, con la nomina a vice presidente di Anwar Sadat: militare di carriera, medaglia al valore per il ruolo svolto alla guida dell'aviazione nella guerra dello Yom Kippur con Israele (1973), da quel momento Mubarak ha messo da parte il profilo militare a favore di quello diplomatico, con la gestione diretta del dossier più scottante, quello relativo a un trattato di pace con Tel Aviv.

E se ora i detrattori di Mubarak si ostinano a dire di lui: “É sempre stato un burattino nelle mani di generali più esperti e intelligenti”, il curriculum di quei primi anni di leadership sembra smentirli. Non solo il pilota diplomatosi all'Accademia del Cairo e specializzatosi in Unione Sovietica mostrò notevoli doti di mediazione, garantendo all'Egitto decenni di pace e sviluppo, ma si assicurò anche la fiducia di Washington, della maggior parte dei governi occidentali e, dopo un breve esilio del Paese dalla Lega degli Stati Arabi, anche un ruolo di primo piano per Il Cairo.

Pochi anni dopo, Sadat è stato ucciso da un gruppo di ufficiali su cui grava il sospetto di connivenza con frange islamiste radicali (sull'episodio e sul ruolo del vice presidente Mubarak i pareri sono discordanti) e il suo numero due è uscito definitivamente dall'ombra per assumere il controllo con pugno di ferro. Le similitudini con l'ascesa di Omar Suleiman, capo dei servizi segreti e vero responsabile dei dossier esteri dagli anni 2000 in poi, sono evidenti.

Senza esitazioni né cedimenti Mubarak ha tenuto le redini di un Paese cruciale per lo scacchiere mediorientale, pluri-confessionale, in via di sviluppo economico e al centro di un processo di islamizzazione. In 30 anni non ha mai abrogato le leggi d'emergenza proclamate all'indomani dell'assassinio di Sadat (6 ottobre 1981), ma se ne è servito per stroncare sul nascere qualsiasi opposizione al suo potere assoluto. Non ha mai nominato un vice presidente né un vice segretario del suo partito, il Nazionale democratico.

Ha tollerato la Fratellanza musulmana, principale movimento di opposizione, ma non ne ha mai avallato il ruolo politico in modo ufficiale. E alle opposizioni laiche ha concesso di esistere, ma non di alzare la testa: lo sa bene Ayman Nour, giovane avvocato in corsa alle presidenziali del 2005 (le prime aperte a più candidati) e per questo 'punito' con 5 anni di carcere.

Di lui tutto si potrà dire, ma non che sia stato incoerente o contraddittorio, come invece il vicino Gheddafi: alleato degli Stati Uniti sempre e comunque, Mubarak non ha condannato gli interventi militari in Afghanistan e Iraq. E nemmeno quelli israeliani in Libano (2006) e a Gaza (2008-2009). Lo sguardo sempre rivolto a Ovest. Indubbiamente anche per calcolo e guadagno personale del proprio clan.

La ferocia nel perseguire i nemici non gli è mancata, ma questo non ha inorridito gli alleati occidentali: insieme al braccio destro Suleiman, Mubarak ha elaborato la pratica delle rendition, i trasferimenti di sospetti islamisti in Paesi come l'Egitto, appunto, in cui la tortura è utilizzata da servizi e polizia.

Un solo cedimento ai sentimenti, in tanti anni di potere, gli è probabilmente stato fatale come un tallone d'Achille: la decisione di lasciare al figlio lo scettro, non dando peso al dissenso dei vertici militari.

Avvenire, 11 Febbraio 2011

lunedì 3 gennaio 2011

La guerra in sei parole

Raccontare l’orrore della guerra, dell’alienazione in un Paese ostile e ostico, attraverso sei parole, come se si trattasse di un verso poetico.

È questa l’idea che Larry Smith, fondatore della rivista culturale americana Smith nel 2006 insieme a Tim Berkow, ha avuto per comunicare ai propri lettori l’esperienza di migliaia di soldati statunitensi inviati in Afghanistan e Iraq.

Un modo più efficace di documentari, analisi geopolitiche, servizi giornalistici sulla sindrome post-bellica che affligge i militari al loro rientro in patria, a giudicare dai commenti entusiastici dei critici e dall’adesione dei diretti interessati.

“Six-word memoirs”, in realtà, è un progetto editoriale ideato nel 2008 da Smith magazine per raccogliere la storia di ciascuno, perché «tutti hanno una storia», si legge sul sito web della testata. Ci sono “memoirs” sull’adolescenza, sull’amore, sulla società americana, sul 2010, sull’arte, sul cibo, sull’ecologia e sulla vita nell’era digitale.

In comune, tutte le antologie hanno il fatto di essere state create da “Scrittori famosi e oscuri”, recita lo slogan di Larry Smith.
Ma il progetto “Six-word memoirs” applicato ai conflitti in Medio Oriente ha rapidamente assunto uno spessore diverso, meno scanzonato e più introspettivo.
Smith ha a cuore l’argomento guerra, cui ha dedicato una graphic novel, “Shooting war”, ambientata nel 2011 in piena guerra totale al terrorismo.

Dopo anni di collaudate partnership con ong attive nella lotta all’alcolismo, alla depressione, alla dipendenza da stupefacenti, Smith ha deciso di collaborare con l’Associazione americana per veterani di Afghanistan e Iraq (Iava) e ha messo a disposizione sul proprio sito un “muro”.

È lì che i reduci possono scrivere ciò che vogliono, in totale anonimato. Ecco alcuni dei più recenti post: «Sabbia, terra, sacrificio, storie di sofferenza», «Guerra, solo gli strumenti sono cambiati», «Quando cessano gli incubi?», «Vinta la guerra fisica, sto ancora combattendo quella mentale», «Tutte intorno illusioni, fatele smettere», «Membro orgoglioso di una confraternita sfortunata».

Una prima edizione di “La guerra in sei parole” è stata già pubblicata, ma si prevedono aggiornamenti e riedizioni.
Attraverso “La guerra in sei parole” hanno ritrovato voce tutti quei soldati condannati al silenzio dopo il loro rientro, talvolta così soli da scegliere il suicidio: di tutti coloro che ogni anno si tolgono la vita negli States, il 20% è rappresentato da veterani di guerra.

http://www.lettera43.it/cronaca/5159/la-guerra-in-sei-parole.htm

venerdì 10 dicembre 2010

Ai jihadisti piace patinato

Si chiama Inspire magazine e si rivolge ai fedeli musulmani anglofoni scontenti, quelli che non hanno ancora individuato un punto di riferimento adeguato nella galassia mediatica: la nuova testata, a cadenza periodica variabile sul web, è patinata, pettegola, esteticamente curata. Ma soprattutto, veicola contenuti “originali”: foto, approfondimenti e interviste dedicati al mondo del... Jihad islamico.

Ecco perché c'è chi parla già del Vanity fair di Al Qa'ida. Fin dal primo numero, Inspire ha cercato di fare colpo con titoli “esplosivi” come “Fabbrica una bomba nella cucina di tua madre”, firmato da un giornalista specializzato qualificatosi come AQ Chef (il capo oppure il cuoco di Al Qa'ida?).

La rete terroristica fondata dall'ingegnere di origini yemenite Osama Bin Laden ha sfruttato le potenzialità di internet, dei social network e della piattaforma YouTube fin dall'inizio delle proprie attività, sviluppando anche “cellule editoriali” ad hoc.

Quella che si occupa della realizzazione di Inspire ha base nello Yemen e dimostra un fiuto per la propaganda e le esigenze del mercato fuori dal comune: “Che cosa aspettarsi dal Jihad”, editoriale scritto in un american english giovane e contemporaneo, testimonia attenzione per quei giovani musulmani indecisi, sulla soglia del terrorismo militante, che necessitano di una strizzata d'occhio per fare il salto decisivo.

Si potrebbe pensare alla trovata di qualche burlone, ma secondo gli specialisti dell'Fbi e di alcuni esperti di think tank (Georgetown university, Site intelligence group, Potomac institute) la testata è davvero frutto di Al Qa'ida nella penisola araba, Apac. Lo dimostrerebbero la retorica estremista anti-occidentale, l'immaginario sanguinario, il culto della morte e del sacrificio, la conoscenza di un'epica del Jihad presente e passata.

Oltre a firme eccellenti come Anwar Awlaki, imam radicale cresciuto negli Stati Uniti e ritenuto responsabile della formazione di alcuni giovani jihadisti, come l'anglo-nigeriano Umar Farouk Abdul Mutallab, 24 anni, aspirante martire sul volo per Detroit del Natale 2009.

Il terzo numero, edito a fine novembre, è stato ritenuto dalla Cia il più allarmante, tutto focalizzato sugli aerei cargo individuati a Dubai e Londra con a bordo pacchi esplosivi di provenienza yemenita. Un'edizione speciale con istruzioni ai lettori su come imbottire altri velivoli cargo oppure civili, non tanto, o meglio non solo, per causare la morte di passeggeri occidentali, ma soprattutto per costringere i governi bersaglio a spendere somme ingenti in misure di sicurezza.

Significativamente, questa operazione è stata denominata dal magazine Emorragia. Per chi vorrà cimentarsi nell'impresa, l'equipaggiamento consiste in: due cellulari Nokia, ciascuno del valore di 150 dollari, due stampanti Hp per una spesa di 600 dollari (ci sarà un accordo di marketing con i due brand?), oltre a costi di spedizione dei pacchi e varie per la logistica. Per un totale di 4200 dollari.

Il servizio di Inspire è corredato dalle foto del volume che era contenuto nei pacchi rinvenuti, il romanzo di Charles Dickens “Grandi speranze”.
Gli osservatori sono divisi sull'effettiva pericolosità di questo tentativo di reclutamento via magazine, ma su di un aspetto sono concordi: se Al Qa'ida ha sempre puntato su azioni ad alto impatto, Apac invece preferisce un profilo più basso e meno dispendioso.

Inspire è stato preceduto sulla rete dal magazine I difensori della verità, sempre in inglese ma con titolo e impaginazione meno accattivanti, realizzato dalla Rete islamica di Mosul.

giovedì 25 novembre 2010

Pensar male va sempre bene?

Mentre la vicenda irlandese e il destino del Portogallo monopolizzano l'attenzione dell'Unione europea (nell'attesa che l'occhio lungo di Bruxelles si sposti dalle immondizie napoletane ai conti del Bel Paese), l'Ue rischia di perdere di vista un partner privilegiato nel mondo islamico, in predicato di diventare un Paese membro da 50 anni: la Turchia.
O forse no. Non tutti gli osservatori interpretano le scelte strategiche di Ankara in materia di politica estera allo stesso modo.

In un editoriale apparso sul Corriere della Sera il 23 novembre, “Nato, Iran e La Turchia che ci sta lasciando”, di Giovanni Sartori, si legge: «La Turchia, ormai, sembra guardare all’Islam: il premier turco Erdogan, al vertice Nato di Lisbona (il 19 e il 20 novembre 2010, ndr), è riuscito a ottenere che l’Iran venisse escluso dagli Stati che minacciano l’Occidente, per l’appunto protetto dai militari dell’Alleanza atlantica. Così abbiamo perso la Turchia e al tempo stesso rinforzato la mano del nostro più pericoloso nemico, l’Iran degli ayatollah. Davvero un bell’insuccesso».

Ma davvero la mossa turca risulta allo stesso tempo sorprendente e definitiva? Il commento di Valeria Talbot, ricercatrice esperta di partenariato euro-mediterraneo e Turchia dell’Istituto per gli studi di politica internazionale: «Vorrei fare alcune precisazioni, perché credo che questa prima lettura sia fuorviante. Il documento di cui parla Sartori riguarda lo scudo missilistico della Nato, che non sarà indirizzato a proteggere l’Europa da specifici Paesi, ma da generiche minacce. Peraltro nel testo non sono indicati i nomi di altre nazioni», quindi, se ne deduce, riportare solo il nominativo dell’Iran sarebbe stato inopportuno.

Dal punto di vista dell’analista dell’Ispi, in realtà, «la scelta turca in direzione mediorientale non è alternativa alla via europea, ma complementare». A maggior ragione se Bruxelles e Washington sapranno valutare questa «proiezione mediorientale» nelle giuste proporzioni.

Che Ankara sia delusa dalle difficoltà negoziali con l’Unione europea e dall’atteggiamento ostile di Francia e Germania non è una novità: questioni cruciali come Cipro e il rispetto dei diritti della minoranza curda costituiscono un freno all’avanzamento del dossier turco nel consesso europeo.

Tuttavia non è questa impasse a spingere il governo di Recep Tayyip Erdogan a rafforzare le relazioni con Tehran: «Questo è frutto di pragmatismo, di interessi energetici (l’Iran rappresenta il principale fornitore di gas di Ankara, ndr) e commerciali di rilievo (circa 10 miliardi di dollari annui di interscambio con aspettative di crescita fino a 30 mld)».

E l’attenzione turca alla questione iraniana in sede Nato riflette il tentativo di evitare una rottura fra l’Alleanza atlantica e gli ayatollah, spingendo per lo sviluppo in chiave civile del programma nucleare iraniano.
«Ma fin dagli anni ’80, e via via sempre di più nel decennio successivo, i turchi hanno rinvigorito le relazioni con il Medio Oriente. Basti pensare al flusso intenso di esportazioni verso l’Iraq che ha resistito anche durante la crisi» con il regime di Saddam Hussein.

Quanto a «sostenere che, per gli interessi occidentali sarebbe auspicabile che le strategie turche si articolassero in armonia con gli obiettivi americani ed europei, questo è un altro genere di discorso» ha commentato la ricercatrice.

Infine, la questione religiosa: l’esecutivo dell’Akp (Partito per la giustizia e lo sviluppo, di cui Erdogan è leader) e tutte le sue mosse sono perennemente sotto la lente d’ingrandimento.

Perché? La risposta è ovvia, anche pericolosa perché a rischio semplificazione: «Per la collocazione religiosa che noi stessi diamo alla Turchia, il modo in cui vogliamo dipingere il Paese», dando per scontato che ormai abbia girato le spalle alla laicità per un’islamizzazione senza ritorno.

Una semplificazione che potrebbe rivelarsi pericolosa e impedire di valutare lo scenario turco nella sua specificità, con un percorso diverso da quello di altri Paesi a maggioranza islamica della regione. E con differenti ambizioni politiche, come quella di ponte fra Occidente e Medio Oriente.

http://www.lettera43.it/articolo/3231/se-la-turchia-si-rivolge-verso-est.htm

venerdì 19 novembre 2010

Blogger egiziani nel mirino

Quando un regime trentennale dall'apparenza monolitica ha paura di un ventenne “internettiano” e dei suoi compagni “smanettoni”, forse è ora di dubitare sulla sua stabilità e rimanere in ascolto per percepirne gli scricchiolii.

Soprattutto perché il giovane in questione, Abdel Kareem Nabil Suleiman, 26 anni, unico blogger egiziano ad aver scontato una pena detentiva (di quattro anni) per i suoi scritti sul web, ritenuti altamente diffamatori nei confronti del presidente Hosni Mubarak e della fede islamica, non sembra più in grado di nuocere a nessuno.

Ma, evidentemente, marcire fino al 5 novembre scorso nel carcere di Burg El Arab, ad Alessandria d'Egitto, è stato giudicato dalle autorità insufficiente: Abdel Kareem, secondo le ricostruzioni della stampa indipendente e delle organizzazioni per la difesa dei diritti umani, è stato subito riacciuffato dai servizi segreti egiziani, arrestato senza che gli fossero notificate nuove accuse (ma questa non è una novità in un Paese in cui, dal 1981, vige la legge marziale) e sbattuto in cella per altri 12 giorni.

Fino al 17 novembre, quando la famiglia ha potuto riabbracciare la brutta copia del proprio caro. In quei 10 giorni supplementari di “rieducazione”, il blogger ha ricevuto un messaggio chiaro: sei libero, ma non ti azzardare ad aprire mai più la bocca.

Ai tempi del suo diario in rete, Nabil scriveva con il nom de plume Kareem Amer e metteva alla berlina le magagne del governo, dell'Islàm conservatore, che ha preso piede nel Paese negli ultimi vent'anni, e della moschea universitaria di Al Azhar, in cui studiava giurisprudenza.

Della millenaria istituzione, punto di riferimento di tutti i sunniti nel mondo, Kareem Amer diceva: «L'università del terrorismo». E poi ancora: «I musulmani hanno rivelato il loro vero spaventoso volto, mostrando al mondo che sono brutali, barbari e inumani».

Il giudice che lo ha condannato ha riportato un altro commento del blogger sovversivo: il profeta Mohammed e i suoi adepti sono «”versatori” di sangue».
Ed è stata proprio questa sua presa di posizione anti-islamista, con toni senza precedenti, ad averlo reso vulnerabile: si fosse limitato alle critiche al regime, Kareem Amer avrebbe trovato consensi trasversali nelle file dell'opposizione, laica e religiosa. E probabilmente sarebbe rimasto in carcere qualche settimana, senza sentenza, come avvertimento. Quello che è successo ad altri suoi “colleghi” di dissidenza sul web.

Ma parlar male della religione proprio no. Ammettere che esiste un problema “integralismo islamico” non è cosa. D'altronde, quanto ascolto possono avere le voci controcorrente in un Paese in cui, nel pieno centro della capitale, un anno fa una prestigiosa gelateria cercava “commessi, solo uomini, musulmani praticanti”?

Dal novembre 2006, data del suo primo arresto, Abdel Kareem Nabil Suleiman ha ricevuto l'appoggio di numerose sigle internazionali, fra cui Reporters senza frontiere e il Comitato per la protezione dei giornalisti, che hanno considerato i suoi interventi in rete e quelli di altri blogger egiziani una forma di giornalismo a tutti gli effetti, vissuto sul campo, ad alto contenuto informativo proprio perché gratuito.

Come quelli di Wael Abbas (misrdigital.blogspirit.com), Nawara Negm (tahyyes.blogspot.com), Alaa Abd El Fatah e sua moglie Manal (www.manalaa.net), Rehab Bassam (www.rehabbassam.com), Yasser Thabet (yasser-best.blogspot.com), Zeinobia (egyptianchronicles.blogspot.com), o gli “aggregatori” Omraneya (www.omraneya.net), Baheyya (baheyya.blogspot.com), The Egyptian blog (theegyptblog.blogspot.com).

Gli argomenti di cui tratta la comunità, “fiorita” insieme a una stagione di rinnovato attivismo politico nel biennio 2004-2005, sono i più vari e intrecciati fra loro (arte, cultura, società, politica, religione), ma è ovvio che sul web abbiano trovato sfogo naturale tutti coloro le cui opinioni sono censurate nella vita quotidiana. A scuola, all'università, sul lavoro, in moschea, in famiglia.

Per non parlare di quelli nati in occasioni specifiche: per esempio, per lo sciopero degli operai del cotonificio di Mahalla El Kubra, il più grande di tutto il Medio Oriente, asserragliati dentro lo stabilimento circondato dall'esercito e in contatto con il mondo solo grazie al web.

In poco più di cinque anni i blogger hanno denunciato e documentato casi di corruzione, tortura, discriminazione sessuale, violenza settaria come mai prima. Hanno suscitato dibattiti infuocati nell'opinione pubblica per poi scomparire nella rete, talvolta individuati dai servizi segreti e più spesso no.

Ora, a dieci giorni dalle elezioni per il rinnovo dell'Assemblea popolare, la Camera bassa del Parlamento egiziano, mentre gli Stati Uniti premono sul Cairo affinché accetti la presenza di osservatori internazionali per controllare la trasparenza del voto, il regime guidato da Hosni Mubarak, 82 anni, lancia segnali di irrigidimento: rifiuta, attraverso i canali ufficiali e gli organi di stampa nazionali, qualsiasi ingerenza esterna nella propria politica; fa arrestare esponenti di spicco della Fratellanza musulmana, unico vero movimento di opposizione in grado di mettere in discussione il potere assoluto del Partito nazionale democratico (Ndp); ostacola raduni politici e dibattiti, o li “imbottisce” di agenti dell'intelligence in borghese.

E libera sì un blogger noto su scala internazionale (per Abdel Kareem si sono mobilitate associazioni statunitensi, inglesi, francesi, svedesi), ma terrorizzato e invecchiato di vent'anni.

La situazione, per i dissidenti, potrebbe peggiorare il prossimo anno, all'avvicinarsi delle elezioni presidenziali. Il voto 2011 potrebbe sancire il passaggio dei poteri dal presidente, che sta ultimando il quinto mandato consecutivo, e un successore: forse il figlio Gamal, forse un alto esponente dell'Ndp.
Per questo le legislative del 28 novembre rappresentano l'apertura di una stagione dagli esiti tutt'altro che certi.