A una prima lettura non sembrerebbe una notizia degna di nota, anzi non sembrerebbe proprio una notizia il fatto che la ventisettenne di Dubai Farah Saeed, al termine di un corso di formazione per hostess della durata di otto settimane, sia entrata a far parte dello staff della compagnia aerea Etihad, insegna emiratense nata nel 2003.
E invece Farah, che ha effettuato il suo primo volo nella tratta fra Londra e Istanbul la seconda settimana di ottobre, ha ritrovato il proprio volto mediorientale, truccato a regolare d’arte in occasione del debutto, su svariati organi di stampa del Golfo e ora sta facendo il giro del mondo via web.
Perché prima di lei, fra tre mila hostess e steward della compagnia di bandiera non c’era mai stato un cittadino degli Emirati: eppure le nazionalità rappresentate sono un centinaio.
Scontato l’entusiasmo della pioniera, che si sente investita di un ruolo quasi diplomatico: «Ho intenzione di condividere cultura e ospitalità degli Emirati con più persone possibile e in più luoghi possibili al mondo». Un progetto sostenuto dalla famiglia: «Chi mi circonda mi ha incoraggiato a diventare la prima cittadina degli Emirati a imbarcarsi in questa carriera».
La nuova arrivata, hanno precisato i vertici di Etihad (letteralmente l’Unione, in riferimento all’Unione degli Emirati arabi, ndr), non si sentirà sola perché gli emiratensi abbondano, invece, fra piloti professionisti e allievi. Parola del direttore generale della compagnia, James Hogan, palesemente non oriundo di Dubai.
E a questo punto si riapre il dibattito sul tessuto sociale di alcuni emirati della penisola arabica, non necessariamente i sette dell’Unione, ma anche Kuwait, Qatar, Bahrein, abitati da poche centinaia di migliaia di cittadini autoctoni e milioni di emigrati per motivi di lavoro.
Qualche numero. Dei circa tre milioni e 100 mila abitanti del Kuwait, sono originari del posto appena 960 mila. In Bahrein vivono 672 mila persone, di cui solo il 64% è indigeno. In Qatar, su un milione e mezzo di abitanti, tre quarti hanno un permesso di lavoro temporaneo.
Negli Emirati arabi la sproporzione è ancora più eclatante: su otto milioni di abitanti, non più del 20% è nato in loco. Tutti gli altri sono “expat”, espatriati.
Generalizzando, nei sultanati arabi l’immigrazione è in prevalenza di etnia indiana, pakistana, cingalese, filippina, iraniana per quanto riguarda edilizia e ristorazione. Quella occidentale rappresenta una minoranza e occupa posti di responsabilità nelle sedi mediorientali di grandi network internazionali.
L’hostess Farah Saeed è il simbolo di una strategia, la cosiddetta “emiratizzazione” del personale, inaugurata da Abu Dhabi dieci anni fa e finora rivelatasi poco fruttuosa. A più riprese il governo ha tentato di stimolare l’assunzione di personale locale a colpi di decreti, ma soprattutto nel settore privato non c’è stato verso: per citare una normativa disattesa, nella primavera del 2009 ai privati operanti negli Emirati è stato imposto di assumere, nei comparti amministrativo e risorse umane, personale locale.
Un tentativo congiunto dei ministeri degli Affari esteri e del Lavoro di procedere per settori professionali che però è naufragato dopo poco, anche a causa della crisi congiunturale negli Emirati: come dire, nella seconda metà del 2009 numerose aziende internazionali con base a Dubai hanno chiuso o ridotto le proprie sedi. Meglio non innervosire quelle rimaste.
Ai cittadini emiratensi, dunque, non è rimasto altro strumento per competere con gli stranieri che studiare. Le possibilità non mancano: il 22,7% del bilancio federale 2010, circa 9,9 miliardi di dirham (1,91 miliardi di euro), è stato investito in educazione, con borse di studio per gli studenti arabi, costruzione di atenei e scuole di specializzazione ad Abu Dhabi, Dubai e Sharjah, gemellaggi con poli universitari di livello internazionale.
Solo un dettaglio da segnalare: il reclutamento di personale docente straniero per dare autorevolezza alle giovani università. Ancora.
http://www.lettera43.it/articolo-breve/1187/farah-prima-hostess-di-dubai.htm
martedì 19 ottobre 2010
lunedì 18 ottobre 2010
Pellegrini con stile alla Mecca
Nel tentativo di diversificare la propria economia, alimentata quasi esclusivamente dai petroldollari, l’Arabia saudita ha intenzione di potenziare l’industria del turismo religioso contendendo agli emirati vicini e alle mete internazionali i visitatori a cinque stelle.
Lo dimostrano le misure approvate dalle autorità saudite nel corso del 2010, finalizzate a migliorare la qualità dei servizi offerti ogni anno a milioni di pellegrini musulmani in visita alla Mecca e a Medina (secondo le autorità saudite, due milioni e mezzo nel 2009, ndr) e le azioni promozionali lanciate per catturare nuove fette di mercato. Un mare magnum di un miliardo e mezzo di fedeli sparsi in tutto il globo.
A gestire la complicata macchina organizzativa dei pellegrinaggi è il ministero saudita dell’Hajj, che fornisce «servizi integrati ai pellegrini della casa inviolabile di Allah», si legge sul sito web del dicastero. Al ministero fa capo il comitato centrale saudita per l’Hajj e la Omraa, le due tipologie di pellegrinaggio compiute dai fedeli musulmani, che concede ai tour operator, locali e stranieri, la licenza dopo attenta valutazione della candidatura.
Fra le condizioni che le agenzie turistiche abilitate devono rispettare vi è l’obbligo di versare alle autorità una caparra compresa fra 20 mila e 100 mila euro, che viene restituita solo se, al termine del soggiorno, nessun viaggiatore si è lamentato del trattamento. Questo dopo anni di sistemazioni precarie, proteste e incidenti, anche molto gravi, che hanno spinto Riyadh a istituire un severo sistema di multe e controlli per gli operatori turistici che non rispettano i contratti sottoscritti con i pellegrini.
Nei Paesi a maggioranza musulmana da cui partono centinaia di migliaia di fedeli ogni anno, esistono ministeri degli Affari religiosi con uffici appositi in costante coordinamento con i colleghi sauditi.
Per l’Italia, la quota annuale di “viaggiatori della fede” concessa dal regno saudita è di 3 mila persone all’anno (pari all’1% della popolazione musulmana, ndr), coordinate da una rete di agenzie munite di speciale permesso: sono nove quelle che detengono la licenza per l’Hajj, il pellegrinaggio maggiore, e due per l’Omraa, il minore.
«I pellegrini che partono dall’Italia lo fanno quasi esclusivamente per l’Hajj, che per i fedeli è una farida, cioè un obbligo», ha spiegato a Lettera43 Hossam Zahran, titolare dell’agenzia Palma Aquarius tours di Milano.
La quota di pellegrini gestita da Aquarius è di 94 unità all’anno (di cui due o tre italiani convertiti), né più né meno, stabilita in coordinamento con le altre insegne: «Lavoriamo tutti insieme su base nazionale, molti pellegrini si rivolgono a noi su segnalazione dei centri culturali islamici» ha specificato Zahran.
Per il pellegrinaggio maggiore, secondo il calendario lunare di quest’anno dal 14 al 17 novembre, gli operatori sono soliti iniziare i preparativi anche tre o quattro mesi prima: «È importante per riuscire ad assicurarsi buoni posti, negli alberghi e nelle tende vicine all’area sacra della Kabah, con prezzi giusti» ha aggiunto l’agente di viaggio.
Ecco un pacchetto-tipo: il pellegrino in partenza dall’Italia «paga meno di quanto pagherebbe dall’Egitto o da un altro Paese arabo. Il costo da qui è in media di 3 mila euro fra viaggio aereo, soggiorno in albergo, posto in tenda con aria condizionata e materasso (durante i riti all’interno delle zone sacre, ndr), pasti, bibite, spostamenti durante tutto il soggiorno», di una decina di giorni. Escluse le mance ad autisti, fattorini e portieri.
Quanto ai turisti non musulmani interessati a scoprire l’Arabia saudita, le speranze sono poche: per loro i luoghi santi dell’Islàm non sono accessibili. Poi, secondo Zahran, «c’è ben poco da vedere e non ci sono strutture adeguate per l’accoglienza». Gli ostacoli burocratici fanno passare la voglia: nel 2009 sono stati concessi solo 20 mila visti non religiosi, per motivi di lavoro o per visita a familiari in loco.
Chi l’ha detto che un pellegrino non vuole anche divertirsi. Nuovi “pacchetti” che abbinano il pellegrinaggio ai soggiorni-vacanza sono ora reclamizzati in Egitto, Emirati arabi, Malesia e Marocco.
Media e alta borghesia sono i target privilegiati dell’operazione. Grossi portafogli e scrupoli morali su dove portare la prole in vacanza? Basta licenziose capitali occidentali, largo alle località “sante”.
E il settore alberghiero fiorisce: le insegne Movenpick, Le Meridien, Intercontinental, Rotana, Ramada offrono sistemazioni a cinque stelle nel cuore della Mecca. Per hotel più economici, invece, è necessario allontanarsi anche di centinaia di km, in pieno deserto.
http://www.lettera43.it/articolo/1053/pellegrini-con-stile.htm
Lo dimostrano le misure approvate dalle autorità saudite nel corso del 2010, finalizzate a migliorare la qualità dei servizi offerti ogni anno a milioni di pellegrini musulmani in visita alla Mecca e a Medina (secondo le autorità saudite, due milioni e mezzo nel 2009, ndr) e le azioni promozionali lanciate per catturare nuove fette di mercato. Un mare magnum di un miliardo e mezzo di fedeli sparsi in tutto il globo.
A gestire la complicata macchina organizzativa dei pellegrinaggi è il ministero saudita dell’Hajj, che fornisce «servizi integrati ai pellegrini della casa inviolabile di Allah», si legge sul sito web del dicastero. Al ministero fa capo il comitato centrale saudita per l’Hajj e la Omraa, le due tipologie di pellegrinaggio compiute dai fedeli musulmani, che concede ai tour operator, locali e stranieri, la licenza dopo attenta valutazione della candidatura.
Fra le condizioni che le agenzie turistiche abilitate devono rispettare vi è l’obbligo di versare alle autorità una caparra compresa fra 20 mila e 100 mila euro, che viene restituita solo se, al termine del soggiorno, nessun viaggiatore si è lamentato del trattamento. Questo dopo anni di sistemazioni precarie, proteste e incidenti, anche molto gravi, che hanno spinto Riyadh a istituire un severo sistema di multe e controlli per gli operatori turistici che non rispettano i contratti sottoscritti con i pellegrini.
Nei Paesi a maggioranza musulmana da cui partono centinaia di migliaia di fedeli ogni anno, esistono ministeri degli Affari religiosi con uffici appositi in costante coordinamento con i colleghi sauditi.
Per l’Italia, la quota annuale di “viaggiatori della fede” concessa dal regno saudita è di 3 mila persone all’anno (pari all’1% della popolazione musulmana, ndr), coordinate da una rete di agenzie munite di speciale permesso: sono nove quelle che detengono la licenza per l’Hajj, il pellegrinaggio maggiore, e due per l’Omraa, il minore.
«I pellegrini che partono dall’Italia lo fanno quasi esclusivamente per l’Hajj, che per i fedeli è una farida, cioè un obbligo», ha spiegato a Lettera43 Hossam Zahran, titolare dell’agenzia Palma Aquarius tours di Milano.
La quota di pellegrini gestita da Aquarius è di 94 unità all’anno (di cui due o tre italiani convertiti), né più né meno, stabilita in coordinamento con le altre insegne: «Lavoriamo tutti insieme su base nazionale, molti pellegrini si rivolgono a noi su segnalazione dei centri culturali islamici» ha specificato Zahran.
Per il pellegrinaggio maggiore, secondo il calendario lunare di quest’anno dal 14 al 17 novembre, gli operatori sono soliti iniziare i preparativi anche tre o quattro mesi prima: «È importante per riuscire ad assicurarsi buoni posti, negli alberghi e nelle tende vicine all’area sacra della Kabah, con prezzi giusti» ha aggiunto l’agente di viaggio.
Ecco un pacchetto-tipo: il pellegrino in partenza dall’Italia «paga meno di quanto pagherebbe dall’Egitto o da un altro Paese arabo. Il costo da qui è in media di 3 mila euro fra viaggio aereo, soggiorno in albergo, posto in tenda con aria condizionata e materasso (durante i riti all’interno delle zone sacre, ndr), pasti, bibite, spostamenti durante tutto il soggiorno», di una decina di giorni. Escluse le mance ad autisti, fattorini e portieri.
Quanto ai turisti non musulmani interessati a scoprire l’Arabia saudita, le speranze sono poche: per loro i luoghi santi dell’Islàm non sono accessibili. Poi, secondo Zahran, «c’è ben poco da vedere e non ci sono strutture adeguate per l’accoglienza». Gli ostacoli burocratici fanno passare la voglia: nel 2009 sono stati concessi solo 20 mila visti non religiosi, per motivi di lavoro o per visita a familiari in loco.
Chi l’ha detto che un pellegrino non vuole anche divertirsi. Nuovi “pacchetti” che abbinano il pellegrinaggio ai soggiorni-vacanza sono ora reclamizzati in Egitto, Emirati arabi, Malesia e Marocco.
Media e alta borghesia sono i target privilegiati dell’operazione. Grossi portafogli e scrupoli morali su dove portare la prole in vacanza? Basta licenziose capitali occidentali, largo alle località “sante”.
E il settore alberghiero fiorisce: le insegne Movenpick, Le Meridien, Intercontinental, Rotana, Ramada offrono sistemazioni a cinque stelle nel cuore della Mecca. Per hotel più economici, invece, è necessario allontanarsi anche di centinaia di km, in pieno deserto.
http://www.lettera43.it/articolo/1053/pellegrini-con-stile.htm
giovedì 14 ottobre 2010
La fiction della discordia
E alla fine, dopo settimane di polemiche e dibattiti infuocati sui principali mezzi di comunicazione egiziani, la fiction Al Gamaa, in arabo “il gruppo”, dedicata alla storia della Fratellanza musulmana e messa in onda dalla tv pubblica egiziana durante il mese di Ramadan (quest’anno ad agosto) con alti indici di gradimento, non sarà ritrasmessa fino a dopo le elezioni parlamentari, previste per la fine del mese di novembre.
Il serial potrebbe «influenzare gli elettori» ha sostenuto Osama Al Sheikh, direttore dell’Unione della radio e televisione egiziana, Ertu, che si è affrettato, come da consuetudine nella repubblica nordafricana guidata con pugno di ferro dal presidente Hosni Mubarak, a smentire qualsiasi pressione da parte dei servizi segreti, i famigerati mukhabarat.
In realtà, si è difeso Osama Al Sheikh, il contratto di Al Gamaa prevedeva tre mesi di scarto fra una messa in onda e quella successiva. Dunque, niente broadcasting prima del 29 novembre, data di inizio del processo elettorale a più tornate per il rinnovo dell’Assemblea popolare, la Camera bassa del Parlamento.
Le insicurezze del regime
La vicenda ha messo in evidenza, in un periodo delicato per la scena politica egiziana, le insicurezze insospettabili di un regime fra i più inamovibili nel mondo arabo e nel continente africano in genere.
Insospettabili perché, in quasi 30 anni di presidenza Mubarak e dominio incontrastato del Partito nazionale democratico, Ndp, nessuna minoranza è mai stata in grado di impensierire seriamente la leadership egiziana.
Nessuna tranne la Fratellanza, ufficialmente bandita dalla vita politica, ma nella pratica presente in Parlamento con 88 deputati eletti nel 2005 come indipendenti. Il cosiddetto “blocco degli 88” rappresenta circa un quinto dei deputati, complessivamente 444 eletti e 10 di nomina presidenziale.
E chissà quale risultato potrebbero raggiungere i Fratelli se la maggioranza lasciasse loro uno spiraglio maggiore.
Un movimento diffuso in modo capillare
Gli Ikhwan, i Fratelli appunto, nati in Egitto per iniziativa dell’insegnante Hassan Al Banna nel 1928 e costretti alla clandestinità dal 1954 perché considerati responsabili del tentato assassinio del presidente Gamal Abdel Nasser, costituiscono l’unico vero partito di opposizione in Egitto.
Diffuso in modo capillare sul territorio e nella società con rappresentanti nei principali sindacati e ordini professionali, nelle associazioni studentesche, nei centri culturali e ricreativi, il movimento è ormai un fenomeno che ha poco di sommerso. Per motivi di sicurezza, non esistono liste di affiliazione, ma i membri, soprattutto i più giovani, non esitano a rivelare la propria fedeltà alla guida suprema Mohammed Badie.
E Badie stesso ha dichiarato il 7 ottobre l’intenzione di partecipare al voto parlamentare puntando alla conquista del 30% dell’assemblea popolare.
Finora la leadership egiziana ha dato l’impressione di saper controllare e reprimere l’ascesa della Fratellanza su più livelli: con il congelamento delle risorse finanziarie, con la messa al bando di qualsiasi partito di ispirazione religiosa, con l’incarcerazione degli esponenti di spicco del movimento.
Tutto inutile, hanno commentato alcuni osservatori della scena politica egiziana, se è vero che una soap opera storico-romanzata costata 50 milioni di lire egiziane (un euro equivale a circa sette lire egiziane, ndr) è percepita come una pericolosa operazione di maquillage della Fratellanza.
Bene o male, l’importante è che se ne parli
Al Gamaa sembra aver scontentato un po’ tutti. Non è piaciuta alla maggioranza politica e alle opposizioni laiche perché ritenuta troppo indulgente con gli Ikhwan. In seno alla Fratellanza è stata criticata perché, al contrario, troppo filo-governativa. Ha indignato Saif Al Islàm Al Banna, figlio del fondatore del movimento, per il modo in cui è stato rappresentato il padre ed è passato alle vie legali contro gli sceneggiatori.
Per non parlare di alcuni teologi, scandalizzati per una sura del Corano riportata erroneamente.
Ma questo “polpettone” egiziano, che presto farà il giro dei network arabi, ha regalato al maggiore movimento islamista al mondo una pubblicità insperata, a spese dello Stato.
http://www.lettera43.it/articolo-breve/859/la-fiction-della-discordia.htm
Il serial potrebbe «influenzare gli elettori» ha sostenuto Osama Al Sheikh, direttore dell’Unione della radio e televisione egiziana, Ertu, che si è affrettato, come da consuetudine nella repubblica nordafricana guidata con pugno di ferro dal presidente Hosni Mubarak, a smentire qualsiasi pressione da parte dei servizi segreti, i famigerati mukhabarat.
In realtà, si è difeso Osama Al Sheikh, il contratto di Al Gamaa prevedeva tre mesi di scarto fra una messa in onda e quella successiva. Dunque, niente broadcasting prima del 29 novembre, data di inizio del processo elettorale a più tornate per il rinnovo dell’Assemblea popolare, la Camera bassa del Parlamento.
Le insicurezze del regime
La vicenda ha messo in evidenza, in un periodo delicato per la scena politica egiziana, le insicurezze insospettabili di un regime fra i più inamovibili nel mondo arabo e nel continente africano in genere.
Insospettabili perché, in quasi 30 anni di presidenza Mubarak e dominio incontrastato del Partito nazionale democratico, Ndp, nessuna minoranza è mai stata in grado di impensierire seriamente la leadership egiziana.
Nessuna tranne la Fratellanza, ufficialmente bandita dalla vita politica, ma nella pratica presente in Parlamento con 88 deputati eletti nel 2005 come indipendenti. Il cosiddetto “blocco degli 88” rappresenta circa un quinto dei deputati, complessivamente 444 eletti e 10 di nomina presidenziale.
E chissà quale risultato potrebbero raggiungere i Fratelli se la maggioranza lasciasse loro uno spiraglio maggiore.
Un movimento diffuso in modo capillare
Gli Ikhwan, i Fratelli appunto, nati in Egitto per iniziativa dell’insegnante Hassan Al Banna nel 1928 e costretti alla clandestinità dal 1954 perché considerati responsabili del tentato assassinio del presidente Gamal Abdel Nasser, costituiscono l’unico vero partito di opposizione in Egitto.
Diffuso in modo capillare sul territorio e nella società con rappresentanti nei principali sindacati e ordini professionali, nelle associazioni studentesche, nei centri culturali e ricreativi, il movimento è ormai un fenomeno che ha poco di sommerso. Per motivi di sicurezza, non esistono liste di affiliazione, ma i membri, soprattutto i più giovani, non esitano a rivelare la propria fedeltà alla guida suprema Mohammed Badie.
E Badie stesso ha dichiarato il 7 ottobre l’intenzione di partecipare al voto parlamentare puntando alla conquista del 30% dell’assemblea popolare.
Finora la leadership egiziana ha dato l’impressione di saper controllare e reprimere l’ascesa della Fratellanza su più livelli: con il congelamento delle risorse finanziarie, con la messa al bando di qualsiasi partito di ispirazione religiosa, con l’incarcerazione degli esponenti di spicco del movimento.
Tutto inutile, hanno commentato alcuni osservatori della scena politica egiziana, se è vero che una soap opera storico-romanzata costata 50 milioni di lire egiziane (un euro equivale a circa sette lire egiziane, ndr) è percepita come una pericolosa operazione di maquillage della Fratellanza.
Bene o male, l’importante è che se ne parli
Al Gamaa sembra aver scontentato un po’ tutti. Non è piaciuta alla maggioranza politica e alle opposizioni laiche perché ritenuta troppo indulgente con gli Ikhwan. In seno alla Fratellanza è stata criticata perché, al contrario, troppo filo-governativa. Ha indignato Saif Al Islàm Al Banna, figlio del fondatore del movimento, per il modo in cui è stato rappresentato il padre ed è passato alle vie legali contro gli sceneggiatori.
Per non parlare di alcuni teologi, scandalizzati per una sura del Corano riportata erroneamente.
Ma questo “polpettone” egiziano, che presto farà il giro dei network arabi, ha regalato al maggiore movimento islamista al mondo una pubblicità insperata, a spese dello Stato.
http://www.lettera43.it/articolo-breve/859/la-fiction-della-discordia.htm
martedì 4 maggio 2010
Per Mubarak niente discorso del Primo maggio
Quest'anno, niente tradizionale discorso alla nazione in occasione del Primo maggio.
Il presidente della Repubblica egiziana Hosni Mubarak, rientrato in patria a fine marzo dopo un'operazione alla cistifellea affrontata in Germania, non é apparso in pubblico, come suo solito, in occasione della Festa dei lavoratori. Il suo staff, preoccupato per la salute e l'immagine del rais, non ha voluto che parlasse ai circa 80 milioni di concittadini neanche da seduto. Forse, devono aver pensato i consiglieri di Mubarak, piuttosto di apparire stanco e provato, meglio non comparire.
Eppure il presidente, a quanto ribadiscono i portavoce presidenziali, é tornato al lavoro e, in particolare, ieri ha ricevuto a colloquio il premier israeliano Benjamin Netanayahu a Sharm El Sheikh, dove la diplomazia egiziana ha dislocato ormai parte delle attività di politica estera. Hosni Mubarak vi risiede da fine marzo.
L'assenza dalla scena pubblica del presidente 82enne non fa che aumentare le illazioni intorno alle sue condizioni di salute e, di conseguenza, al futuro politico del paese, in vista delle elezioni presidenziali del 2011.
Il presidente della Repubblica egiziana Hosni Mubarak, rientrato in patria a fine marzo dopo un'operazione alla cistifellea affrontata in Germania, non é apparso in pubblico, come suo solito, in occasione della Festa dei lavoratori. Il suo staff, preoccupato per la salute e l'immagine del rais, non ha voluto che parlasse ai circa 80 milioni di concittadini neanche da seduto. Forse, devono aver pensato i consiglieri di Mubarak, piuttosto di apparire stanco e provato, meglio non comparire.
Eppure il presidente, a quanto ribadiscono i portavoce presidenziali, é tornato al lavoro e, in particolare, ieri ha ricevuto a colloquio il premier israeliano Benjamin Netanayahu a Sharm El Sheikh, dove la diplomazia egiziana ha dislocato ormai parte delle attività di politica estera. Hosni Mubarak vi risiede da fine marzo.
L'assenza dalla scena pubblica del presidente 82enne non fa che aumentare le illazioni intorno alle sue condizioni di salute e, di conseguenza, al futuro politico del paese, in vista delle elezioni presidenziali del 2011.
lunedì 12 aprile 2010
La crisi dell'hashish
'Insieme contro la crisi dell'hashish' è un nuovo gruppo nato su Facebook per far fronte ad una vera e propria emergenza sociale in Egitto, secondo alcuni frutto di un complotto: la carenza di hashish. Dove è finito? è la domanda più frequente nei caffé del paese da alcune settimane a questa parte.
Le opinioni si sprecano: si tratterebbe, secondo alcuni commentatori, di un tentativo - di dubbia efficacia - da parte delle autorità di affrontare corruzione e uso di stupefacenti in vista delle prossime elezioni legislative e presidenziali. Insomma, un segnale della volontà della classe politica di fare pulizia.
Francamente non se ne comprende la ragione, data la trasversalità dell'uso delle droghe leggere fra le classi sociali (e anche alle forze di polizia) egiziane. E poi, se agli egiziani si toglie pure l'hashish, che gli rimane? Potrebbe sembrare una battuta di dubbio gusto, ma senza remore ne discutono in tv, via internet e sulla stampa (indipendente) fior fiore di analisti.
Dopo quasi trent'anni di dittatura militare, in pieno boom demografico e penetrazione dell'Islam wahhabita, con una crisi economica che ha letteralmente tolto il pane di bocca a più della metà del paese, ci si interroga su come sradicare l'uso delle droghe leggere?
Ora si temono agitazioni, soprattutto ad opera dei più giovani: e se la scomparsa dell'hashish facesse esplodere il dolente popolo erede dei Faraoni?
Le opinioni si sprecano: si tratterebbe, secondo alcuni commentatori, di un tentativo - di dubbia efficacia - da parte delle autorità di affrontare corruzione e uso di stupefacenti in vista delle prossime elezioni legislative e presidenziali. Insomma, un segnale della volontà della classe politica di fare pulizia.
Francamente non se ne comprende la ragione, data la trasversalità dell'uso delle droghe leggere fra le classi sociali (e anche alle forze di polizia) egiziane. E poi, se agli egiziani si toglie pure l'hashish, che gli rimane? Potrebbe sembrare una battuta di dubbio gusto, ma senza remore ne discutono in tv, via internet e sulla stampa (indipendente) fior fiore di analisti.
Dopo quasi trent'anni di dittatura militare, in pieno boom demografico e penetrazione dell'Islam wahhabita, con una crisi economica che ha letteralmente tolto il pane di bocca a più della metà del paese, ci si interroga su come sradicare l'uso delle droghe leggere?
Ora si temono agitazioni, soprattutto ad opera dei più giovani: e se la scomparsa dell'hashish facesse esplodere il dolente popolo erede dei Faraoni?
martedì 6 aprile 2010
Cresce la candidatura di Mohammed El Baradei
Guadagna terreno e sostenitori la candidatura - benché non ancora ufficiale - di Mohammed El Baradei alle prossime elezioni presidenziali egiziane, previste per il 2011.
Il premio Nobel (2005) per la pace ed ex numero uno dell'Agenzia internazionale per l'energia atomica (Aiea) ha dichiarato, alla fine del 2009, di essere disponibile a candidarsi alla presidenza - nelle mani di Hosni Mubarak dal 1981 - solo nel caso in cui le elezioni siano corrette e trasparenti.
Da allora, le sue visite in Egitto si sono fatte via via più frequenti e pubbliche. L'ultima nella città di Mansoura, dove centinaia di cittadini lo hanno accolto, al termine della preghiera nella locale moschea, con slogan di sostegno. Fino ad ora El Baradei si era limitato ad incontri nella capitale.
El Baradei ha fondato all'inizio dell'anno il Movimento per il cambiamento, raccogliendo intorno alla propria figura membri dell'opposizione laica e religiosa al regime di Mubarak, e semplici attivisti per la difesa dei diritti umani.
Classe 1942, il diplomatico egiziano non fa parte di nessun partito, dettaglio di non poco conto visto che, secondo gli emendamenti costituzionali apportati due anni fa, un candidato presidenziale deve far parte della leadership di un partito - legittimato da un comitato governativo - da almeno cinque anni.
Indiretti i riconoscimenti al suo ruolo politico da parte della Chiesa Copta, che lo ha invitato a partecipare alla messa pasquale, e della Fratellanza musulmana, attraverso alcuni membri presenti (e festanti) a Mansoura.
Il premio Nobel (2005) per la pace ed ex numero uno dell'Agenzia internazionale per l'energia atomica (Aiea) ha dichiarato, alla fine del 2009, di essere disponibile a candidarsi alla presidenza - nelle mani di Hosni Mubarak dal 1981 - solo nel caso in cui le elezioni siano corrette e trasparenti.
Da allora, le sue visite in Egitto si sono fatte via via più frequenti e pubbliche. L'ultima nella città di Mansoura, dove centinaia di cittadini lo hanno accolto, al termine della preghiera nella locale moschea, con slogan di sostegno. Fino ad ora El Baradei si era limitato ad incontri nella capitale.
El Baradei ha fondato all'inizio dell'anno il Movimento per il cambiamento, raccogliendo intorno alla propria figura membri dell'opposizione laica e religiosa al regime di Mubarak, e semplici attivisti per la difesa dei diritti umani.
Classe 1942, il diplomatico egiziano non fa parte di nessun partito, dettaglio di non poco conto visto che, secondo gli emendamenti costituzionali apportati due anni fa, un candidato presidenziale deve far parte della leadership di un partito - legittimato da un comitato governativo - da almeno cinque anni.
Indiretti i riconoscimenti al suo ruolo politico da parte della Chiesa Copta, che lo ha invitato a partecipare alla messa pasquale, e della Fratellanza musulmana, attraverso alcuni membri presenti (e festanti) a Mansoura.
giovedì 1 aprile 2010
Ulema uniti contro il terrorismo
Una dura condanna del terrorismo e un invito accorato, rivolto ai terroristi, affinché abbandonino qualsiasi forma di violenza. E' quanto concordato, oggi nella città santa di Medina, in Arabia Saudita, da 24 studiosi islamici provenienti da 12 paesi.
Gli ulema (letteralmente, uomini di scienza, esperti di religione) hanno ribadito la loro condanna "di tutti gli atti di terrorismo, ovunque avvengano e chiunque li commetta" e hanno deplorato "la morte di innocenti" che ne deriva. Fra di loro anche 5 studiosi russi.
In un comunicato che porta evidenti tracce di quanto accaduto solodue giorni fa nella metropolitana moscovita, probabilmente per mano di terroristi ceceni, l'appello degli ulema ai "giovani musulmani" nel mondo, perché seguano "un islàm moderato e tollerante" e non aderiscano a false interpretazioni della questione del jihad.
Tra i firmatari del documento i Gran muftì di Egitto, Siria, Libano e Bosnia e il capo del Consiglio dei muftì russi. Alla conferenza partecipano anche studiosi da Europa, India e Stati Uniti. Nei giorni scorsi, nel corso di una conferenza nella città turca di Mardin, altri autorevoli studiosi islamici hanno stabilito che la cosiddetta fatwa di Mardin, emanata dal teologo Ibn Taymiyyah ai tempi dell'invasione mongola del Duecento, non può essere usata per giustificare la guerra santa, come fanno spesso le organizzazioni del terrore.
Gli ulema (letteralmente, uomini di scienza, esperti di religione) hanno ribadito la loro condanna "di tutti gli atti di terrorismo, ovunque avvengano e chiunque li commetta" e hanno deplorato "la morte di innocenti" che ne deriva. Fra di loro anche 5 studiosi russi.
In un comunicato che porta evidenti tracce di quanto accaduto solodue giorni fa nella metropolitana moscovita, probabilmente per mano di terroristi ceceni, l'appello degli ulema ai "giovani musulmani" nel mondo, perché seguano "un islàm moderato e tollerante" e non aderiscano a false interpretazioni della questione del jihad.
Tra i firmatari del documento i Gran muftì di Egitto, Siria, Libano e Bosnia e il capo del Consiglio dei muftì russi. Alla conferenza partecipano anche studiosi da Europa, India e Stati Uniti. Nei giorni scorsi, nel corso di una conferenza nella città turca di Mardin, altri autorevoli studiosi islamici hanno stabilito che la cosiddetta fatwa di Mardin, emanata dal teologo Ibn Taymiyyah ai tempi dell'invasione mongola del Duecento, non può essere usata per giustificare la guerra santa, come fanno spesso le organizzazioni del terrore.
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