domenica 13 febbraio 2011

La vera forza della divisa è il mondo degli affari

Sarà davvero sufficiente l'uscita di scena del presidente Hosni Mubarak a far voltare pagina alla Repubblica araba d'Egitto?

La risposta non può che essere negativa. Il raìs, in realtà, è solo la punta di un iceberg mastodontico, quello di una leadership militare che lo stesso presidente ha coccolato, nutrito, fatto arricchire nel corso di tre decenni. Fra Mubarak e i suoi generali esiste un rapporto di osmosi tale, fra interessi economici e politici condivisi, per cui oggi è difficile immaginare la sopravvivenza degli uni senza l'altro.

Non sorprende che in Egitto, caduto il tabù della salute del presidente, anche dopo 18 giorni di proteste popolari non si parli apertamente degli interessi economici in divisa: le forze armate, la vera classe dirigente del Paese, sono rimaste sempre nell'ombra lasciando ad altri, i servizi segreti, il compito di sporcarsi le mani e attirarsi l'odio degli oppositori. Ancora oggi l'esercito gode della stima della popolazione, che lo considera super partes. Ma presto, c'è da scommetterci, l'opinione pubblica comincerà a sbirciare nelle tasche dei suoi vertici militari e a chiedere spiegazioni.

Si ritiene che almeno il 45% dell'economia egiziana sia controllato dall'esercito, che negli anni ha ricevuto in 'dono' terre, fabbriche, proprietà immobiliari e complessi industriali in tutto il Paese. I militari hanno goduto dei proventi non solo dell'industria bellica – con commesse da capogiro, negli anni '80, da Saddam Hussein, dal Kuwait, dalla Somalia e dal Sudan, in particolare – ma anche di quella civile.

Ecco dunque che le forze armate traggono guadagno dall'industria alimentare, tessile, manifatturiera, dall'agricoltura, dal turismo, dall'edilizia, da cementifici e acciaierie, dal comparto sanitario e da quello degli idrocarburi senza essere mai tenute a rendere noto il proprio bilancio: tutto passa sotto il grande ombrello protettivo del Segreto di Stato. Una volta in pensione dall'esercito, comandanti e generali assumono prestigiosi incarichi di governo oppure si convertono al business nelle maggiori realtà industriali, talvolta di proprietà dello Stato talvolta privatizzate.

Un intreccio fra affari, politica e sicurezza che ricorda da vicino il modello americano, di cui l'Egitto è un'emanazione nel mondo arabo: ogni anno, un fiume di dollari (1,3 miliardi) scorre da Washington verso le casse del Cairo per finanziare la stabilità dell'alleato arabo, ritenuta indispensabile per il quieto vivere di Israele. Soldi di cui i cittadini egiziani non vedono neanche l'ombra, perché finiscono direttamente al ministero della Difesa e della produzione militare (circa 42.000 i dipendenti): è di almeno 250 milioni di euro annui il profitto netto derivante da attività civili. Il budget ministeriale, esclusi gli aiuti americani, è di 6 miliardi di dollari.

Al decimo posto nel mondo per grandezza (tra 400.000 e 450.000 gli arruolati, mentre i riservisti sarebbero altrettanti), le forze armate egiziane si articolano in esercito, marina, aeronautica e aviazione militare, cui si aggiungono forze paramilitari. Infine, le Forze di sicurezza centrali e quelle di confine, che però fanno capo al ministero degli Interni.

Ora ai militari egiziani il compito, paradossale, di pilotare una svolta epocale verso una società sempre più civile e meno militarizzata che ne lederà gioco forza gli interessi e ne ridimensionerà il ruolo. In parte, il ministro della Difesa Mohammed Tantawi sembra aver già dimostrato di essere l'uomo giusto, lui che, conosciuto come il “cagnolino” di Mubarak fino a pochi giorni fa, non ha esitato, secondo indiscrezioni, a criticare il presidente con la controparte statunitense. Dimostrando di voler saltare giù dal treno prima che deragliasse.

Avvenire, 12 Febbraio 2011

Esce di scena l'ultimo Faraone

Dopo 17 giorni di resistenza a oltranza, l'ultimo faraone egiziano sembra ormai destinato a uscire di scena. L'incertezza regna nella capitale, fra indiscrezioni su una sua partenza già avvenuta e su trattative dell'ultimo minuto per convincerlo a salire su un volo per Londra, dove parte della famiglia ha già traslocato.

Ma se alla fine Hosni Mohammed Sayyed Mubarak accetterà di rimettere il proprio incarico di presidente della Repubblica araba d'Egitto, per il grande Paese nordafricano si aprirà una strada del tutto nuova, non priva di incognite per i suoi 80 milioni di cittadini e per le nazioni limitrofe.

Una fine, quella del comandante dell'aviazione militare Mubarak, nato il 4 maggio del 1928 nel villaggio di Kafr El Mesalha, nel governatorato di Menoufia, che farà discutere a lungo, per le sue modalità del tutto inattese: i più, infatti, si aspettavano che colui che è stato il monarca assoluto dell'Egitto post-Sadat lasciasse orfano il suo 'regno' all'improvviso, per gravi motivi di salute. Mubarak è affetto da anni da un mare incurabile che lo ha costretto a più riprese a recarsi in Germania o in Francia per terapie tanto intensive quanto riservate. Da ultimo, meno di un anno fa il presidente è stato operato alla cistifellea nella clinica tedesca di Heidelberg, per poi fare ritorno in patria per la convalescenza dopo due settimane: in quell'occasione, il premier Ahmed Nazif ne ha assunto i poteri, mentre l'anziano raìs si riprendeva nella residenza di Sharm El Sheikh, sul Mar Rosso.

Tuttavia la malattia, probabilmente un tumore diffuso all'apparato digerente, non gli ha impedito in questi mesi di recarsi sovente all'estero in visita ai principali alleati economico-politici, fra cui quello italiano. Per rafforzare i legami, rassicurare gli 'amici' e mettere in guardia i nemici del regime, palesemente in attesa di scricchiolii sinistri. Ma il tam tam sul peggiorare del suo quadro clinico era sempre più insistente.

Nel luglio 2010, una fonte accreditata al Cairo ha dichiarato ad Avvenire: “Ormai ha un'autonomia di venti minuti. Lo tengono in piedi durante gli incontri ufficiali a forza di punture. Poi si ritira e crolla”. Per questo, nessuno avrebbe mai potuto immaginare che a scalzare il 'faraone' sarebbe stata una ondata di proteste popolari, accese dall'esempio tunisino, con la spallata finale dell'esercito a dare il colpo di grazia.

Ma forse per Mubarak il volta faccia dei vertici militari e la piega presa dagli eventi nelle ultime tre settimane non rappresentano una sorpresa. Lui stesso, a detta di storici e analisti, è stato fra i protagonisti di un frangente simile, 30 anni fa. La carriera politica di Hosni Mubarak ha preso uno slancio inarrestabile nel 1975, con la nomina a vice presidente di Anwar Sadat: militare di carriera, medaglia al valore per il ruolo svolto alla guida dell'aviazione nella guerra dello Yom Kippur con Israele (1973), da quel momento Mubarak ha messo da parte il profilo militare a favore di quello diplomatico, con la gestione diretta del dossier più scottante, quello relativo a un trattato di pace con Tel Aviv.

E se ora i detrattori di Mubarak si ostinano a dire di lui: “É sempre stato un burattino nelle mani di generali più esperti e intelligenti”, il curriculum di quei primi anni di leadership sembra smentirli. Non solo il pilota diplomatosi all'Accademia del Cairo e specializzatosi in Unione Sovietica mostrò notevoli doti di mediazione, garantendo all'Egitto decenni di pace e sviluppo, ma si assicurò anche la fiducia di Washington, della maggior parte dei governi occidentali e, dopo un breve esilio del Paese dalla Lega degli Stati Arabi, anche un ruolo di primo piano per Il Cairo.

Pochi anni dopo, Sadat è stato ucciso da un gruppo di ufficiali su cui grava il sospetto di connivenza con frange islamiste radicali (sull'episodio e sul ruolo del vice presidente Mubarak i pareri sono discordanti) e il suo numero due è uscito definitivamente dall'ombra per assumere il controllo con pugno di ferro. Le similitudini con l'ascesa di Omar Suleiman, capo dei servizi segreti e vero responsabile dei dossier esteri dagli anni 2000 in poi, sono evidenti.

Senza esitazioni né cedimenti Mubarak ha tenuto le redini di un Paese cruciale per lo scacchiere mediorientale, pluri-confessionale, in via di sviluppo economico e al centro di un processo di islamizzazione. In 30 anni non ha mai abrogato le leggi d'emergenza proclamate all'indomani dell'assassinio di Sadat (6 ottobre 1981), ma se ne è servito per stroncare sul nascere qualsiasi opposizione al suo potere assoluto. Non ha mai nominato un vice presidente né un vice segretario del suo partito, il Nazionale democratico.

Ha tollerato la Fratellanza musulmana, principale movimento di opposizione, ma non ne ha mai avallato il ruolo politico in modo ufficiale. E alle opposizioni laiche ha concesso di esistere, ma non di alzare la testa: lo sa bene Ayman Nour, giovane avvocato in corsa alle presidenziali del 2005 (le prime aperte a più candidati) e per questo 'punito' con 5 anni di carcere.

Di lui tutto si potrà dire, ma non che sia stato incoerente o contraddittorio, come invece il vicino Gheddafi: alleato degli Stati Uniti sempre e comunque, Mubarak non ha condannato gli interventi militari in Afghanistan e Iraq. E nemmeno quelli israeliani in Libano (2006) e a Gaza (2008-2009). Lo sguardo sempre rivolto a Ovest. Indubbiamente anche per calcolo e guadagno personale del proprio clan.

La ferocia nel perseguire i nemici non gli è mancata, ma questo non ha inorridito gli alleati occidentali: insieme al braccio destro Suleiman, Mubarak ha elaborato la pratica delle rendition, i trasferimenti di sospetti islamisti in Paesi come l'Egitto, appunto, in cui la tortura è utilizzata da servizi e polizia.

Un solo cedimento ai sentimenti, in tanti anni di potere, gli è probabilmente stato fatale come un tallone d'Achille: la decisione di lasciare al figlio lo scettro, non dando peso al dissenso dei vertici militari.

Avvenire, 11 Febbraio 2011

lunedì 3 gennaio 2011

La guerra in sei parole

Raccontare l’orrore della guerra, dell’alienazione in un Paese ostile e ostico, attraverso sei parole, come se si trattasse di un verso poetico.

È questa l’idea che Larry Smith, fondatore della rivista culturale americana Smith nel 2006 insieme a Tim Berkow, ha avuto per comunicare ai propri lettori l’esperienza di migliaia di soldati statunitensi inviati in Afghanistan e Iraq.

Un modo più efficace di documentari, analisi geopolitiche, servizi giornalistici sulla sindrome post-bellica che affligge i militari al loro rientro in patria, a giudicare dai commenti entusiastici dei critici e dall’adesione dei diretti interessati.

“Six-word memoirs”, in realtà, è un progetto editoriale ideato nel 2008 da Smith magazine per raccogliere la storia di ciascuno, perché «tutti hanno una storia», si legge sul sito web della testata. Ci sono “memoirs” sull’adolescenza, sull’amore, sulla società americana, sul 2010, sull’arte, sul cibo, sull’ecologia e sulla vita nell’era digitale.

In comune, tutte le antologie hanno il fatto di essere state create da “Scrittori famosi e oscuri”, recita lo slogan di Larry Smith.
Ma il progetto “Six-word memoirs” applicato ai conflitti in Medio Oriente ha rapidamente assunto uno spessore diverso, meno scanzonato e più introspettivo.
Smith ha a cuore l’argomento guerra, cui ha dedicato una graphic novel, “Shooting war”, ambientata nel 2011 in piena guerra totale al terrorismo.

Dopo anni di collaudate partnership con ong attive nella lotta all’alcolismo, alla depressione, alla dipendenza da stupefacenti, Smith ha deciso di collaborare con l’Associazione americana per veterani di Afghanistan e Iraq (Iava) e ha messo a disposizione sul proprio sito un “muro”.

È lì che i reduci possono scrivere ciò che vogliono, in totale anonimato. Ecco alcuni dei più recenti post: «Sabbia, terra, sacrificio, storie di sofferenza», «Guerra, solo gli strumenti sono cambiati», «Quando cessano gli incubi?», «Vinta la guerra fisica, sto ancora combattendo quella mentale», «Tutte intorno illusioni, fatele smettere», «Membro orgoglioso di una confraternita sfortunata».

Una prima edizione di “La guerra in sei parole” è stata già pubblicata, ma si prevedono aggiornamenti e riedizioni.
Attraverso “La guerra in sei parole” hanno ritrovato voce tutti quei soldati condannati al silenzio dopo il loro rientro, talvolta così soli da scegliere il suicidio: di tutti coloro che ogni anno si tolgono la vita negli States, il 20% è rappresentato da veterani di guerra.

http://www.lettera43.it/cronaca/5159/la-guerra-in-sei-parole.htm

venerdì 10 dicembre 2010

Ai jihadisti piace patinato

Si chiama Inspire magazine e si rivolge ai fedeli musulmani anglofoni scontenti, quelli che non hanno ancora individuato un punto di riferimento adeguato nella galassia mediatica: la nuova testata, a cadenza periodica variabile sul web, è patinata, pettegola, esteticamente curata. Ma soprattutto, veicola contenuti “originali”: foto, approfondimenti e interviste dedicati al mondo del... Jihad islamico.

Ecco perché c'è chi parla già del Vanity fair di Al Qa'ida. Fin dal primo numero, Inspire ha cercato di fare colpo con titoli “esplosivi” come “Fabbrica una bomba nella cucina di tua madre”, firmato da un giornalista specializzato qualificatosi come AQ Chef (il capo oppure il cuoco di Al Qa'ida?).

La rete terroristica fondata dall'ingegnere di origini yemenite Osama Bin Laden ha sfruttato le potenzialità di internet, dei social network e della piattaforma YouTube fin dall'inizio delle proprie attività, sviluppando anche “cellule editoriali” ad hoc.

Quella che si occupa della realizzazione di Inspire ha base nello Yemen e dimostra un fiuto per la propaganda e le esigenze del mercato fuori dal comune: “Che cosa aspettarsi dal Jihad”, editoriale scritto in un american english giovane e contemporaneo, testimonia attenzione per quei giovani musulmani indecisi, sulla soglia del terrorismo militante, che necessitano di una strizzata d'occhio per fare il salto decisivo.

Si potrebbe pensare alla trovata di qualche burlone, ma secondo gli specialisti dell'Fbi e di alcuni esperti di think tank (Georgetown university, Site intelligence group, Potomac institute) la testata è davvero frutto di Al Qa'ida nella penisola araba, Apac. Lo dimostrerebbero la retorica estremista anti-occidentale, l'immaginario sanguinario, il culto della morte e del sacrificio, la conoscenza di un'epica del Jihad presente e passata.

Oltre a firme eccellenti come Anwar Awlaki, imam radicale cresciuto negli Stati Uniti e ritenuto responsabile della formazione di alcuni giovani jihadisti, come l'anglo-nigeriano Umar Farouk Abdul Mutallab, 24 anni, aspirante martire sul volo per Detroit del Natale 2009.

Il terzo numero, edito a fine novembre, è stato ritenuto dalla Cia il più allarmante, tutto focalizzato sugli aerei cargo individuati a Dubai e Londra con a bordo pacchi esplosivi di provenienza yemenita. Un'edizione speciale con istruzioni ai lettori su come imbottire altri velivoli cargo oppure civili, non tanto, o meglio non solo, per causare la morte di passeggeri occidentali, ma soprattutto per costringere i governi bersaglio a spendere somme ingenti in misure di sicurezza.

Significativamente, questa operazione è stata denominata dal magazine Emorragia. Per chi vorrà cimentarsi nell'impresa, l'equipaggiamento consiste in: due cellulari Nokia, ciascuno del valore di 150 dollari, due stampanti Hp per una spesa di 600 dollari (ci sarà un accordo di marketing con i due brand?), oltre a costi di spedizione dei pacchi e varie per la logistica. Per un totale di 4200 dollari.

Il servizio di Inspire è corredato dalle foto del volume che era contenuto nei pacchi rinvenuti, il romanzo di Charles Dickens “Grandi speranze”.
Gli osservatori sono divisi sull'effettiva pericolosità di questo tentativo di reclutamento via magazine, ma su di un aspetto sono concordi: se Al Qa'ida ha sempre puntato su azioni ad alto impatto, Apac invece preferisce un profilo più basso e meno dispendioso.

Inspire è stato preceduto sulla rete dal magazine I difensori della verità, sempre in inglese ma con titolo e impaginazione meno accattivanti, realizzato dalla Rete islamica di Mosul.

giovedì 25 novembre 2010

Pensar male va sempre bene?

Mentre la vicenda irlandese e il destino del Portogallo monopolizzano l'attenzione dell'Unione europea (nell'attesa che l'occhio lungo di Bruxelles si sposti dalle immondizie napoletane ai conti del Bel Paese), l'Ue rischia di perdere di vista un partner privilegiato nel mondo islamico, in predicato di diventare un Paese membro da 50 anni: la Turchia.
O forse no. Non tutti gli osservatori interpretano le scelte strategiche di Ankara in materia di politica estera allo stesso modo.

In un editoriale apparso sul Corriere della Sera il 23 novembre, “Nato, Iran e La Turchia che ci sta lasciando”, di Giovanni Sartori, si legge: «La Turchia, ormai, sembra guardare all’Islam: il premier turco Erdogan, al vertice Nato di Lisbona (il 19 e il 20 novembre 2010, ndr), è riuscito a ottenere che l’Iran venisse escluso dagli Stati che minacciano l’Occidente, per l’appunto protetto dai militari dell’Alleanza atlantica. Così abbiamo perso la Turchia e al tempo stesso rinforzato la mano del nostro più pericoloso nemico, l’Iran degli ayatollah. Davvero un bell’insuccesso».

Ma davvero la mossa turca risulta allo stesso tempo sorprendente e definitiva? Il commento di Valeria Talbot, ricercatrice esperta di partenariato euro-mediterraneo e Turchia dell’Istituto per gli studi di politica internazionale: «Vorrei fare alcune precisazioni, perché credo che questa prima lettura sia fuorviante. Il documento di cui parla Sartori riguarda lo scudo missilistico della Nato, che non sarà indirizzato a proteggere l’Europa da specifici Paesi, ma da generiche minacce. Peraltro nel testo non sono indicati i nomi di altre nazioni», quindi, se ne deduce, riportare solo il nominativo dell’Iran sarebbe stato inopportuno.

Dal punto di vista dell’analista dell’Ispi, in realtà, «la scelta turca in direzione mediorientale non è alternativa alla via europea, ma complementare». A maggior ragione se Bruxelles e Washington sapranno valutare questa «proiezione mediorientale» nelle giuste proporzioni.

Che Ankara sia delusa dalle difficoltà negoziali con l’Unione europea e dall’atteggiamento ostile di Francia e Germania non è una novità: questioni cruciali come Cipro e il rispetto dei diritti della minoranza curda costituiscono un freno all’avanzamento del dossier turco nel consesso europeo.

Tuttavia non è questa impasse a spingere il governo di Recep Tayyip Erdogan a rafforzare le relazioni con Tehran: «Questo è frutto di pragmatismo, di interessi energetici (l’Iran rappresenta il principale fornitore di gas di Ankara, ndr) e commerciali di rilievo (circa 10 miliardi di dollari annui di interscambio con aspettative di crescita fino a 30 mld)».

E l’attenzione turca alla questione iraniana in sede Nato riflette il tentativo di evitare una rottura fra l’Alleanza atlantica e gli ayatollah, spingendo per lo sviluppo in chiave civile del programma nucleare iraniano.
«Ma fin dagli anni ’80, e via via sempre di più nel decennio successivo, i turchi hanno rinvigorito le relazioni con il Medio Oriente. Basti pensare al flusso intenso di esportazioni verso l’Iraq che ha resistito anche durante la crisi» con il regime di Saddam Hussein.

Quanto a «sostenere che, per gli interessi occidentali sarebbe auspicabile che le strategie turche si articolassero in armonia con gli obiettivi americani ed europei, questo è un altro genere di discorso» ha commentato la ricercatrice.

Infine, la questione religiosa: l’esecutivo dell’Akp (Partito per la giustizia e lo sviluppo, di cui Erdogan è leader) e tutte le sue mosse sono perennemente sotto la lente d’ingrandimento.

Perché? La risposta è ovvia, anche pericolosa perché a rischio semplificazione: «Per la collocazione religiosa che noi stessi diamo alla Turchia, il modo in cui vogliamo dipingere il Paese», dando per scontato che ormai abbia girato le spalle alla laicità per un’islamizzazione senza ritorno.

Una semplificazione che potrebbe rivelarsi pericolosa e impedire di valutare lo scenario turco nella sua specificità, con un percorso diverso da quello di altri Paesi a maggioranza islamica della regione. E con differenti ambizioni politiche, come quella di ponte fra Occidente e Medio Oriente.

http://www.lettera43.it/articolo/3231/se-la-turchia-si-rivolge-verso-est.htm

venerdì 19 novembre 2010

Blogger egiziani nel mirino

Quando un regime trentennale dall'apparenza monolitica ha paura di un ventenne “internettiano” e dei suoi compagni “smanettoni”, forse è ora di dubitare sulla sua stabilità e rimanere in ascolto per percepirne gli scricchiolii.

Soprattutto perché il giovane in questione, Abdel Kareem Nabil Suleiman, 26 anni, unico blogger egiziano ad aver scontato una pena detentiva (di quattro anni) per i suoi scritti sul web, ritenuti altamente diffamatori nei confronti del presidente Hosni Mubarak e della fede islamica, non sembra più in grado di nuocere a nessuno.

Ma, evidentemente, marcire fino al 5 novembre scorso nel carcere di Burg El Arab, ad Alessandria d'Egitto, è stato giudicato dalle autorità insufficiente: Abdel Kareem, secondo le ricostruzioni della stampa indipendente e delle organizzazioni per la difesa dei diritti umani, è stato subito riacciuffato dai servizi segreti egiziani, arrestato senza che gli fossero notificate nuove accuse (ma questa non è una novità in un Paese in cui, dal 1981, vige la legge marziale) e sbattuto in cella per altri 12 giorni.

Fino al 17 novembre, quando la famiglia ha potuto riabbracciare la brutta copia del proprio caro. In quei 10 giorni supplementari di “rieducazione”, il blogger ha ricevuto un messaggio chiaro: sei libero, ma non ti azzardare ad aprire mai più la bocca.

Ai tempi del suo diario in rete, Nabil scriveva con il nom de plume Kareem Amer e metteva alla berlina le magagne del governo, dell'Islàm conservatore, che ha preso piede nel Paese negli ultimi vent'anni, e della moschea universitaria di Al Azhar, in cui studiava giurisprudenza.

Della millenaria istituzione, punto di riferimento di tutti i sunniti nel mondo, Kareem Amer diceva: «L'università del terrorismo». E poi ancora: «I musulmani hanno rivelato il loro vero spaventoso volto, mostrando al mondo che sono brutali, barbari e inumani».

Il giudice che lo ha condannato ha riportato un altro commento del blogger sovversivo: il profeta Mohammed e i suoi adepti sono «”versatori” di sangue».
Ed è stata proprio questa sua presa di posizione anti-islamista, con toni senza precedenti, ad averlo reso vulnerabile: si fosse limitato alle critiche al regime, Kareem Amer avrebbe trovato consensi trasversali nelle file dell'opposizione, laica e religiosa. E probabilmente sarebbe rimasto in carcere qualche settimana, senza sentenza, come avvertimento. Quello che è successo ad altri suoi “colleghi” di dissidenza sul web.

Ma parlar male della religione proprio no. Ammettere che esiste un problema “integralismo islamico” non è cosa. D'altronde, quanto ascolto possono avere le voci controcorrente in un Paese in cui, nel pieno centro della capitale, un anno fa una prestigiosa gelateria cercava “commessi, solo uomini, musulmani praticanti”?

Dal novembre 2006, data del suo primo arresto, Abdel Kareem Nabil Suleiman ha ricevuto l'appoggio di numerose sigle internazionali, fra cui Reporters senza frontiere e il Comitato per la protezione dei giornalisti, che hanno considerato i suoi interventi in rete e quelli di altri blogger egiziani una forma di giornalismo a tutti gli effetti, vissuto sul campo, ad alto contenuto informativo proprio perché gratuito.

Come quelli di Wael Abbas (misrdigital.blogspirit.com), Nawara Negm (tahyyes.blogspot.com), Alaa Abd El Fatah e sua moglie Manal (www.manalaa.net), Rehab Bassam (www.rehabbassam.com), Yasser Thabet (yasser-best.blogspot.com), Zeinobia (egyptianchronicles.blogspot.com), o gli “aggregatori” Omraneya (www.omraneya.net), Baheyya (baheyya.blogspot.com), The Egyptian blog (theegyptblog.blogspot.com).

Gli argomenti di cui tratta la comunità, “fiorita” insieme a una stagione di rinnovato attivismo politico nel biennio 2004-2005, sono i più vari e intrecciati fra loro (arte, cultura, società, politica, religione), ma è ovvio che sul web abbiano trovato sfogo naturale tutti coloro le cui opinioni sono censurate nella vita quotidiana. A scuola, all'università, sul lavoro, in moschea, in famiglia.

Per non parlare di quelli nati in occasioni specifiche: per esempio, per lo sciopero degli operai del cotonificio di Mahalla El Kubra, il più grande di tutto il Medio Oriente, asserragliati dentro lo stabilimento circondato dall'esercito e in contatto con il mondo solo grazie al web.

In poco più di cinque anni i blogger hanno denunciato e documentato casi di corruzione, tortura, discriminazione sessuale, violenza settaria come mai prima. Hanno suscitato dibattiti infuocati nell'opinione pubblica per poi scomparire nella rete, talvolta individuati dai servizi segreti e più spesso no.

Ora, a dieci giorni dalle elezioni per il rinnovo dell'Assemblea popolare, la Camera bassa del Parlamento egiziano, mentre gli Stati Uniti premono sul Cairo affinché accetti la presenza di osservatori internazionali per controllare la trasparenza del voto, il regime guidato da Hosni Mubarak, 82 anni, lancia segnali di irrigidimento: rifiuta, attraverso i canali ufficiali e gli organi di stampa nazionali, qualsiasi ingerenza esterna nella propria politica; fa arrestare esponenti di spicco della Fratellanza musulmana, unico vero movimento di opposizione in grado di mettere in discussione il potere assoluto del Partito nazionale democratico (Ndp); ostacola raduni politici e dibattiti, o li “imbottisce” di agenti dell'intelligence in borghese.

E libera sì un blogger noto su scala internazionale (per Abdel Kareem si sono mobilitate associazioni statunitensi, inglesi, francesi, svedesi), ma terrorizzato e invecchiato di vent'anni.

La situazione, per i dissidenti, potrebbe peggiorare il prossimo anno, all'avvicinarsi delle elezioni presidenziali. Il voto 2011 potrebbe sancire il passaggio dei poteri dal presidente, che sta ultimando il quinto mandato consecutivo, e un successore: forse il figlio Gamal, forse un alto esponente dell'Ndp.
Per questo le legislative del 28 novembre rappresentano l'apertura di una stagione dagli esiti tutt'altro che certi.

giovedì 18 novembre 2010

Fumetti dissacranti

Uno spaccato di vita metropolitana, fra ingorghi di macchine e umanità, fermate del metrò sovraffollate, inquinamento, sporcizia, soli accecanti e aria rovente impastata di sabbia.

E anche fermento culturale, impegno politico, lotte intergenerazionali, corruzione endemica e nobiltà d'animo, generosa e gratuita. In bilico fra amore e odio, sul confine labile fra adorazione ipnotica e repulsione disgustata, come solo chi ha vissuto in una grande capitale africana ha sperimentato nello stesso istante.

Questo è “Metro”, fumetto egiziano pubblicato al Cairo nel 2008 in poche centinaia di copie e subito entrato in clandestinità perché censurato dalle autorità.

Perché la prima graphic novel egiziana in assoluto ha spiazzato la leadership politica, abituatasi negli ultimi anni alle contestazioni, ma attraverso strumenti tutto sommato controllabili: sporadiche e “spelacchiate” manifestazioni di attivisti politici, con il partito Al Ghad (Il Domani) di Ayman Nour e il movimento Kefaya (Basta) in prima linea ieri, e i riformisti di Mohammed El Baradei, ex numero uno dell'Agenzia delle Nazioni Unite per l'energia atomica (Aiea), impegnati oggi.

E poi qualche romanzo di risonanza internazionale “bonificato” dalla censura (“Il palazzo Yacoubian”, di Alaa El Aswani) e testate giornalistiche indipendenti funzionali a garantire una facciata pluralistica al regime trentennale di Hosni Mubarak.

Ma i disegni no, nessuno aveva ancora pensato di trasformare in fumetti la realtà quotidiana di un Paese di 80 milioni di abitanti, di cui la metà circa semi-analfabeta. E per di più utilizzando il dialetto, cioé la lingua parlata dalla gente, ironica e dissacrante, disillusa e fatalista. Questo deve avere spiazzato il (quasi) partito unico Nazionale democratico, già alle prese con inafferrabili blogger.

Ora le tavole dal tratto asciutto, che poco concede ai barocchismi, del giovane disegnatore Magdy El Shafie, di formazione farmacista, raggiungeranno il pubblico italiano grazie a un'edizione curata da Il Sirente, per la traduzione di Ernesto Pagano, in uscita a fine novembre.

«Si tratta di una scommessa, per sapere se in Italia avrà un riscontro di pubblico bisognerà aspettare. Ma non ho dubbi sul valore del fumetto», ha spiegato a Lettera43.it il traduttore Ernesto Pagano, alle spalle l'esperienza, sempre per Il Sirente, con il bestseller “Taxi” di Khaled Al Khamissi (raccolta di dialoghi autentici e paradossali fra l'autore e i taxisti del Cairo).

Si è pensato anche a rendere il dialetto egiziano con quello siciliano, per tradurre la vivacità di una lingua colorita. Poi, la scelta finale dell'italiano corrente.
«I personaggi sono tipizzati con decisione», come Shehad, il protagonista, giovane studente universitario brillante e frustrato perché difficilmente potrà realizzare le proprie ambizioni in una realtà immobile come quella del Paese arabo.

E poi una carrellata di “marionette” tormentate, fra cui giornalisti, lustrascarpe, portinai, “scugnizzi” dei quartieri popolari, immigrati nella capitale dal Saïd, il profondo Sud.

Tutti «in gabbia, metafora della prigionia sociale e culturale» in cui hanno coscienza di vivere soprattutto i più giovani, ha commentato Pagano, convinto che “Metro” possa avere un'audience fra coloro «che vogliono scoprire un Egitto diverso, attuale, lontano da Sharm El Sheikh», in ebollizione costante.

I segnali, nel mondo editoriale italiano e, di riflesso, fra il pubblico, ci sono tutti: mentre fioriscono i corsi di lingua araba universitari ed extra universitari, non mancano gli esperimenti di collane letterarie dedicate ai nuovi fenomeni emergenti della letteratura araba. Talvolta “pescati” fra le file degli autori più trasgressivi, senza peli sulla lingua. Oppure, perché no, commerciali.

Per immagini e contenuti, ritenuti troppo spinti, autore ed editore, Mohammed Sharqawi, sono stati processati e condannati alla distruzione di tutte le copie del volume. Quelle ancora nelle librerie. Per le altre, rien ne va plus.

http://www.lettera43.it/articolo/2747/la-graphic-novel-censurata-in-egitto.htm