Come temuto da più parti, rischiano di sfociare in un fallimento le prime elezioni (presidenziali e parlamentari) da 24 anni a questa parte, previste, almeno sulla carta, per la seconda settimana di aprile (11-13).
Bocciata categoricamente la richiesta delle opposizioni di rimandarle a tempo indeterminato per garantirne correttezza e trasparenza, il presidente in carica Omar Hassan Al Bashir, leader del Partito del congresso nazionale (Ncp), accusa come suo solito nemici esterni di fomentare l’instabilità sul territorio e si dice deciso a procedere con le elezioni a tutti i costi, “in difesa dei diritti dei sudanesi”.
Al Bashir, accusato e riconosciuto colpevole di crimini contro l’umanità e crimini di guerra dalla Corte penale internazionale (Cpi) – ma non di genocidio - nel luglio 2008, minaccia i suoi avversari di non permettere il referendum per l’indipendenza del Sud Sudan, fissato per il gennaio del 2011. L’autonomia della vasta area meridionale (circa 8 milioni di abitanti), a maggioranza cristiano-animista, è un passo fondamentale nella realizzazione dell’Accordo di pace comprensivo (2005), ancora lungi dall’essere applicato.
Stando così le cose, la partecipazione dei cittadini alle votazioni, specialmente in zone disagiate e segnate dai combattimenti fra forze governative e ribelli come nel Darfur, è pressoché impossibile. In tali condizioni, prevedono gli osservatori internazionali, fra cui 130 inviati dall’Unione europea, sarà il partito di maggioranza, l’Ncp, a trionfare ancora una volta.
L’indipendenza del Sud Sudan e la pace in Darfur in cambio della conferma alla guida del paese? Difeso dalla Lega Araba, dall’Unione Africana e dall’Organizzazione dei paesi islamici, dietro le quinte è probabile che Omar Al Bashir sia stato spinto dagli alleati più vicini a riprendere il percorso del processo di pace chiudendo i fronti interni ed esterni. Al momento, la stabilità nazionale sembra però ancora un’utopia.
mercoledì 31 marzo 2010
giovedì 18 marzo 2010
IslamOnline in sciopero
Continua lo sciopero dei 250 impiegati del sito di informazione IslamOnline.net. Al Cairo, dove i dipendenti sono stati minacciati di licenziamento nel caso in cui non si pieghino ai voleri dell'azienda, il tira e molla con l'amministrazione non sembra allentarsi.
Redattori, grafici, impiegati protestano per la 'virata' verso contenuti via via più conservatori imposta dagli editori, la cui base è in Qatar.
IslamOnline nasce come portale dell'informazione islamica moderata. Sulle sue pagine hanno trovato spazio tematiche quali l'omosessualità, il divorzio, l'aborto e altro ancora. Ora, però, da Doha giunge netto il tentativo di estremizzarne i contenuti, ogni giorno seguiti da oltre 120,000 persone, anche rinnovando la redazione del Cairo epurandone gli elementi meno malleabili.
Nel frattempo, il portale continua a pubblicare news, ma senza il contributo della redazione egiziana, il cui accesso al server è stato bloccato.
Redattori, grafici, impiegati protestano per la 'virata' verso contenuti via via più conservatori imposta dagli editori, la cui base è in Qatar.
IslamOnline nasce come portale dell'informazione islamica moderata. Sulle sue pagine hanno trovato spazio tematiche quali l'omosessualità, il divorzio, l'aborto e altro ancora. Ora, però, da Doha giunge netto il tentativo di estremizzarne i contenuti, ogni giorno seguiti da oltre 120,000 persone, anche rinnovando la redazione del Cairo epurandone gli elementi meno malleabili.
Nel frattempo, il portale continua a pubblicare news, ma senza il contributo della redazione egiziana, il cui accesso al server è stato bloccato.
venerdì 5 febbraio 2010
L'Asia si sposta in Libano
Mentre ancora gli algerini si leccano le ferite per la sconfitta contro l'Egitto nella finale di calcio di Coppa Africa e gli egiziani si sentono per l'ennesima volta 'faraoni' (ma non parteciperanno ai Mondiali sudafricani) c'è una parte di mondo arabo che guarda oltre e rivolge ogni attenzione al Libano.
Sì, perché nelle prossime due settimane, da domani a Beirut, si affronteranno con grinta 12 team di pallamano, in lizza per aggiudicarsi la Coppa d'Asia e partecipare alla Coppa del Mondo del 2011, organizzata dall'Arabia Saudita. L'edizione libanese promette faville e copertura mediatica serrata, sia in Medio Oriente che in Asia.
Fra le tigri che daranno spettacolo, secondo le previsioni, sud coreani, iraniani, libanesi e sauditi. Domani il via alle danze della 14esima edizione!
Sì, perché nelle prossime due settimane, da domani a Beirut, si affronteranno con grinta 12 team di pallamano, in lizza per aggiudicarsi la Coppa d'Asia e partecipare alla Coppa del Mondo del 2011, organizzata dall'Arabia Saudita. L'edizione libanese promette faville e copertura mediatica serrata, sia in Medio Oriente che in Asia.
Fra le tigri che daranno spettacolo, secondo le previsioni, sud coreani, iraniani, libanesi e sauditi. Domani il via alle danze della 14esima edizione!
lunedì 11 gennaio 2010
Natale copto insanguinato
Ero già pronta con il mio pezzo sul Natale copto, la festa cristiana che arriva inaspettata, quando i fratelli cattolici hanno già messo via il presepe. Il 7 gennaio, festività riconosciuta dallo Stato egiziano (in cui i copti rappresentano il 10% della popolazione, cioè circa 8-10 milioni di persone), i cristiani ortodossi della sponda sud del Mediterraneo festeggiano la Natività, si scambiano doni, fanno risuonare i campanili nel grande paese a maggioranza musulmana. Ma il mio articolo si è trasformato in una cronaca di sangue.
Quest'anno, nella notte fra il 6 e il 7 gennaio, un commando di tre uomini armati ha inseguito, sparando, i concittadini che uscivano dalla messa di mezzanotte. Sul sagrato della chiesa e nelle strade adiacenti, a Nagaa Hamady, piccolo villaggio del governatorato di Qena a circa 700 km da Il Cairo, sono rimaste a terra 9 vittime, fra cui un soldato musulmano sopraggiunto sul posto. Decine i feriti. I tre responsabili, musulmani, criminali noti alle forze dell'ordine, si sono poi arresi alla polizia. Gli scontri fra i due gruppi religiosi hanno messo a ferro e fuoco l'area per giorni. La versione ufficiale: i tre volevano vendicare una ragazzina musulmana, violentata da un giovane cristiano nel mese di novembre. Quella sostenuta dalla autorità copte, di solito più prudenti ma questa volta evidentemente esasperate, è che si sia trattato di un attentato a sfondo religioso.
Prima riflessione: gli amici egiziani mi raccontano di un passato non così lontano in cui cristiani e musulmani (prima degli anni '50, pure ebrei, sì sì sì) si scambiavano auguri e doni in occasione delle rispettive festività religiose. Ramadan, Eid, Natale e Pasqua condivisi. Gli egiziani erano di meno, più uniti, più ricchi, più istruiti. Non c'era spazio per intolleranza, fanatismo, pregiudizi.
Ora, la pancia vuota del Said, il sud egiziano, sorda di fame e ignoranza, è una facile preda di integralismo e violenza.
Due: lo Stato sembra perdere il controllo della sua base. Fino a due anni fa l'Egitto era un paese socialista, ma siccome mantenere tale connotazione mentre oltre la metà della popolazione ha problemi a campare, è analfabeta, vive al di sotto del livello di povertà (e un'élite ricchissima fa la spola con Parigi e Londra per istruzione e shopping) suona un po' ridicolo, la Costituzione è stata modificata. Le cose, comunque, non sembrano migliorare e il paese affonda. Forse, nel dopo Mubarak, avranno più fortuna i Fratelli musulmani nel respingere le infiltrazioni radicali, se davvero vorranno...
Tre: della dodicenne violentata due mesi fa e delle sue sofferenze ho dei dubbi che interessi qualcosa a qualcuno, ammesso che l'episodio sia vero (è preso ad alibi di scorribande anti-cristiane da mesi). Amaramente, ricordando colloqui con giovani donne dell'area di Luxor (quella lontana dai circuiti turistici), penso che nessuno vorrà sposare quella ragazzina. Che, se sarà fortunata, la sua famiglia se la terrà a casa, ma ben nascosta fra le quattro mura domestiche. Altrimenti, il suo futuro 'professionale' è già segnato...
I soliti pretesti tribali per evitare di dire le cose come stanno: nel centro e nel sud dell'Egitto, la comunità cristiana copta non ha pace. E Il Cairo sottovaluta la questione, per cecità o intenzionalmente.
Quest'anno, nella notte fra il 6 e il 7 gennaio, un commando di tre uomini armati ha inseguito, sparando, i concittadini che uscivano dalla messa di mezzanotte. Sul sagrato della chiesa e nelle strade adiacenti, a Nagaa Hamady, piccolo villaggio del governatorato di Qena a circa 700 km da Il Cairo, sono rimaste a terra 9 vittime, fra cui un soldato musulmano sopraggiunto sul posto. Decine i feriti. I tre responsabili, musulmani, criminali noti alle forze dell'ordine, si sono poi arresi alla polizia. Gli scontri fra i due gruppi religiosi hanno messo a ferro e fuoco l'area per giorni. La versione ufficiale: i tre volevano vendicare una ragazzina musulmana, violentata da un giovane cristiano nel mese di novembre. Quella sostenuta dalla autorità copte, di solito più prudenti ma questa volta evidentemente esasperate, è che si sia trattato di un attentato a sfondo religioso.
Prima riflessione: gli amici egiziani mi raccontano di un passato non così lontano in cui cristiani e musulmani (prima degli anni '50, pure ebrei, sì sì sì) si scambiavano auguri e doni in occasione delle rispettive festività religiose. Ramadan, Eid, Natale e Pasqua condivisi. Gli egiziani erano di meno, più uniti, più ricchi, più istruiti. Non c'era spazio per intolleranza, fanatismo, pregiudizi.
Ora, la pancia vuota del Said, il sud egiziano, sorda di fame e ignoranza, è una facile preda di integralismo e violenza.
Due: lo Stato sembra perdere il controllo della sua base. Fino a due anni fa l'Egitto era un paese socialista, ma siccome mantenere tale connotazione mentre oltre la metà della popolazione ha problemi a campare, è analfabeta, vive al di sotto del livello di povertà (e un'élite ricchissima fa la spola con Parigi e Londra per istruzione e shopping) suona un po' ridicolo, la Costituzione è stata modificata. Le cose, comunque, non sembrano migliorare e il paese affonda. Forse, nel dopo Mubarak, avranno più fortuna i Fratelli musulmani nel respingere le infiltrazioni radicali, se davvero vorranno...
Tre: della dodicenne violentata due mesi fa e delle sue sofferenze ho dei dubbi che interessi qualcosa a qualcuno, ammesso che l'episodio sia vero (è preso ad alibi di scorribande anti-cristiane da mesi). Amaramente, ricordando colloqui con giovani donne dell'area di Luxor (quella lontana dai circuiti turistici), penso che nessuno vorrà sposare quella ragazzina. Che, se sarà fortunata, la sua famiglia se la terrà a casa, ma ben nascosta fra le quattro mura domestiche. Altrimenti, il suo futuro 'professionale' è già segnato...
I soliti pretesti tribali per evitare di dire le cose come stanno: nel centro e nel sud dell'Egitto, la comunità cristiana copta non ha pace. E Il Cairo sottovaluta la questione, per cecità o intenzionalmente.
lunedì 14 dicembre 2009
Vita da topi
Ma il muro fra Egitto e Striscia di Gaza si farà oppure no? Israele ne annuncia la costruzione da parte del Cairo, le reazioni nel mondo arabo sono indignate, l'Egitto smentisce l'intenzione di erigere una barriera nel Sinai. Una barriera finalizzata a mettere fine al contrabbando di armi attraverso le migliaia di tunnel che rendono il terreno fra Rafah e Gaza simil-Gruviera.
Ma ciò che passa nei tunnel è per l'80% indispensabile alla sopravvivenza: medicine, generi alimentari, vestiti. Beni il cui ingresso a Gaza non è regolare attraverso i valichi di confine con Israele.
"Noi qui viviamo come topi", diceva alla fine del mese di gennaio di quest'anno un costruttore di gallerie di Rafah, gazawi, mostrandomi l'ingresso di una sua 'opera'. "E la gente lassù non può immaginare".
Ma ciò che passa nei tunnel è per l'80% indispensabile alla sopravvivenza: medicine, generi alimentari, vestiti. Beni il cui ingresso a Gaza non è regolare attraverso i valichi di confine con Israele.
"Noi qui viviamo come topi", diceva alla fine del mese di gennaio di quest'anno un costruttore di gallerie di Rafah, gazawi, mostrandomi l'ingresso di una sua 'opera'. "E la gente lassù non può immaginare".
martedì 17 novembre 2009
Il cantore di Palestina
"Quando ero bambino, dopo la Naqba, non c'erano libri. Ne avevamo uno ogni cinque, a scuola. Il mio sogno era averne uno tutto per me. Forse per questo ho iniziato a scrivere".
Amore
Nell'estremo meridione
Un uomo e una donna
E all'orizzonte si estende sguainata
Una selva di occhi di fucili
E discorsi incompiuti sul suolo della patria
Su strade che li rubano quando il mare si diffonde nella memoria
Un uomo spara adesso i giorni
Accarezza il suo mitra
Una donna cerca adesso un mazzo di legna
E una rosa che i proiettili hanno lasciato tra la cenere
Sale adesso
Fino a toccare il silenzio dello spazio
Troneggiante negli occhi di lui
E gli affida il suo segreto
E quando maturano i fiori del caffè
- Avremo un fiore
Avremo - ahi - un bel cucciolo
Guarda verso il confine
- Avremo una terra.
Un uomo e una donna
Ridono
E l'erba apre un sentiero al loro passaggio
E quando il sole splende
A loro per primi si inchina.
Ibrahim Nasrallah legge i suoi versi, i versi di una vita, e incanta l'uditorio: ci sono membri della comunità palestinese di Milano, spettatori non arabi appassionati della sua vasta produzione letteraria o semplici curiosi.
'Versi', a cura di Wasim Dahmash per Edizioni Q
Amore
Nell'estremo meridione
Un uomo e una donna
E all'orizzonte si estende sguainata
Una selva di occhi di fucili
E discorsi incompiuti sul suolo della patria
Su strade che li rubano quando il mare si diffonde nella memoria
Un uomo spara adesso i giorni
Accarezza il suo mitra
Una donna cerca adesso un mazzo di legna
E una rosa che i proiettili hanno lasciato tra la cenere
Sale adesso
Fino a toccare il silenzio dello spazio
Troneggiante negli occhi di lui
E gli affida il suo segreto
E quando maturano i fiori del caffè
- Avremo un fiore
Avremo - ahi - un bel cucciolo
Guarda verso il confine
- Avremo una terra.
Un uomo e una donna
Ridono
E l'erba apre un sentiero al loro passaggio
E quando il sole splende
A loro per primi si inchina.
Ibrahim Nasrallah legge i suoi versi, i versi di una vita, e incanta l'uditorio: ci sono membri della comunità palestinese di Milano, spettatori non arabi appassionati della sua vasta produzione letteraria o semplici curiosi.
'Versi', a cura di Wasim Dahmash per Edizioni Q
mercoledì 11 novembre 2009
Lilith è tornata!
Lilith è tornata, più forte e libera che mai, consapevole di quanto ci sia ancora bisogno di lei. Affascinante figura di origine mesopotamica, secondo un mito sumero Lilith fu la prima donna di Adamo, a cui lei non voleva essere sottomessa. Disobbediente, lo abbandonò nel paradiso terrestre e se ne andò. Dio allora creò Eva dalla costola di Adamo, perché non seguisse le sue orme. Per questo Lilith divenne nell'immaginario ebraico un demone, emblema di adulterio e lussuria.
Ed è a questa immagine femminile, antecedente al peccato originale, che Joumana Haddad dedica la sua raccolta integrale di poesie, 'Il ritorno di Lilith'
Perché le donne, arabe e non, devono ancora guadagnare a pieno la propria libertà.
Parola della poliedrica autrice libanese, abituata a infrangere tabù.
Sicura e affascinante, Joumana utilizza la scrittura - "Scrivo perché non ne posso fare a meno" - per conquistare alla parola nuovi mondi: ne è un esempio il suo trimestrale, 'Al Jasad' (Il Corpo), dedicato al corpo in tutte le sue manifestazioni: letteratura, arte, poesia. Coraggioso esperimento giornalistico che ha da poco compiuto un anno..e promette spumeggianti sviluppi.
Dice Joumana, nel suo italiano danzante: "La donna è complice nel complotto verso il proprio sesso". Solo Lilith sa essere fino in fondo alleata di se stessa e complice del proprio uomo. Peccato che Adamo non l'abbia capito.
http://www.donnamoderna.com/sesso/Eros-psiche/foto/intervista-a-joumana-haddad-la-scrittrice-araba-che-infrange-i-tabu-197081.html#titolo
Ed è a questa immagine femminile, antecedente al peccato originale, che Joumana Haddad dedica la sua raccolta integrale di poesie, 'Il ritorno di Lilith'
Perché le donne, arabe e non, devono ancora guadagnare a pieno la propria libertà.
Parola della poliedrica autrice libanese, abituata a infrangere tabù.
Sicura e affascinante, Joumana utilizza la scrittura - "Scrivo perché non ne posso fare a meno" - per conquistare alla parola nuovi mondi: ne è un esempio il suo trimestrale, 'Al Jasad' (Il Corpo), dedicato al corpo in tutte le sue manifestazioni: letteratura, arte, poesia. Coraggioso esperimento giornalistico che ha da poco compiuto un anno..e promette spumeggianti sviluppi.
Dice Joumana, nel suo italiano danzante: "La donna è complice nel complotto verso il proprio sesso". Solo Lilith sa essere fino in fondo alleata di se stessa e complice del proprio uomo. Peccato che Adamo non l'abbia capito.
http://www.donnamoderna.com/sesso/Eros-psiche/foto/intervista-a-joumana-haddad-la-scrittrice-araba-che-infrange-i-tabu-197081.html#titolo
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