Ero già pronta con il mio pezzo sul Natale copto, la festa cristiana che arriva inaspettata, quando i fratelli cattolici hanno già messo via il presepe. Il 7 gennaio, festività riconosciuta dallo Stato egiziano (in cui i copti rappresentano il 10% della popolazione, cioè circa 8-10 milioni di persone), i cristiani ortodossi della sponda sud del Mediterraneo festeggiano la Natività, si scambiano doni, fanno risuonare i campanili nel grande paese a maggioranza musulmana. Ma il mio articolo si è trasformato in una cronaca di sangue.
Quest'anno, nella notte fra il 6 e il 7 gennaio, un commando di tre uomini armati ha inseguito, sparando, i concittadini che uscivano dalla messa di mezzanotte. Sul sagrato della chiesa e nelle strade adiacenti, a Nagaa Hamady, piccolo villaggio del governatorato di Qena a circa 700 km da Il Cairo, sono rimaste a terra 9 vittime, fra cui un soldato musulmano sopraggiunto sul posto. Decine i feriti. I tre responsabili, musulmani, criminali noti alle forze dell'ordine, si sono poi arresi alla polizia. Gli scontri fra i due gruppi religiosi hanno messo a ferro e fuoco l'area per giorni. La versione ufficiale: i tre volevano vendicare una ragazzina musulmana, violentata da un giovane cristiano nel mese di novembre. Quella sostenuta dalla autorità copte, di solito più prudenti ma questa volta evidentemente esasperate, è che si sia trattato di un attentato a sfondo religioso.
Prima riflessione: gli amici egiziani mi raccontano di un passato non così lontano in cui cristiani e musulmani (prima degli anni '50, pure ebrei, sì sì sì) si scambiavano auguri e doni in occasione delle rispettive festività religiose. Ramadan, Eid, Natale e Pasqua condivisi. Gli egiziani erano di meno, più uniti, più ricchi, più istruiti. Non c'era spazio per intolleranza, fanatismo, pregiudizi.
Ora, la pancia vuota del Said, il sud egiziano, sorda di fame e ignoranza, è una facile preda di integralismo e violenza.
Due: lo Stato sembra perdere il controllo della sua base. Fino a due anni fa l'Egitto era un paese socialista, ma siccome mantenere tale connotazione mentre oltre la metà della popolazione ha problemi a campare, è analfabeta, vive al di sotto del livello di povertà (e un'élite ricchissima fa la spola con Parigi e Londra per istruzione e shopping) suona un po' ridicolo, la Costituzione è stata modificata. Le cose, comunque, non sembrano migliorare e il paese affonda. Forse, nel dopo Mubarak, avranno più fortuna i Fratelli musulmani nel respingere le infiltrazioni radicali, se davvero vorranno...
Tre: della dodicenne violentata due mesi fa e delle sue sofferenze ho dei dubbi che interessi qualcosa a qualcuno, ammesso che l'episodio sia vero (è preso ad alibi di scorribande anti-cristiane da mesi). Amaramente, ricordando colloqui con giovani donne dell'area di Luxor (quella lontana dai circuiti turistici), penso che nessuno vorrà sposare quella ragazzina. Che, se sarà fortunata, la sua famiglia se la terrà a casa, ma ben nascosta fra le quattro mura domestiche. Altrimenti, il suo futuro 'professionale' è già segnato...
I soliti pretesti tribali per evitare di dire le cose come stanno: nel centro e nel sud dell'Egitto, la comunità cristiana copta non ha pace. E Il Cairo sottovaluta la questione, per cecità o intenzionalmente.
lunedì 11 gennaio 2010
lunedì 14 dicembre 2009
Vita da topi
Ma il muro fra Egitto e Striscia di Gaza si farà oppure no? Israele ne annuncia la costruzione da parte del Cairo, le reazioni nel mondo arabo sono indignate, l'Egitto smentisce l'intenzione di erigere una barriera nel Sinai. Una barriera finalizzata a mettere fine al contrabbando di armi attraverso le migliaia di tunnel che rendono il terreno fra Rafah e Gaza simil-Gruviera.
Ma ciò che passa nei tunnel è per l'80% indispensabile alla sopravvivenza: medicine, generi alimentari, vestiti. Beni il cui ingresso a Gaza non è regolare attraverso i valichi di confine con Israele.
"Noi qui viviamo come topi", diceva alla fine del mese di gennaio di quest'anno un costruttore di gallerie di Rafah, gazawi, mostrandomi l'ingresso di una sua 'opera'. "E la gente lassù non può immaginare".
Ma ciò che passa nei tunnel è per l'80% indispensabile alla sopravvivenza: medicine, generi alimentari, vestiti. Beni il cui ingresso a Gaza non è regolare attraverso i valichi di confine con Israele.
"Noi qui viviamo come topi", diceva alla fine del mese di gennaio di quest'anno un costruttore di gallerie di Rafah, gazawi, mostrandomi l'ingresso di una sua 'opera'. "E la gente lassù non può immaginare".
martedì 17 novembre 2009
Il cantore di Palestina
"Quando ero bambino, dopo la Naqba, non c'erano libri. Ne avevamo uno ogni cinque, a scuola. Il mio sogno era averne uno tutto per me. Forse per questo ho iniziato a scrivere".
Amore
Nell'estremo meridione
Un uomo e una donna
E all'orizzonte si estende sguainata
Una selva di occhi di fucili
E discorsi incompiuti sul suolo della patria
Su strade che li rubano quando il mare si diffonde nella memoria
Un uomo spara adesso i giorni
Accarezza il suo mitra
Una donna cerca adesso un mazzo di legna
E una rosa che i proiettili hanno lasciato tra la cenere
Sale adesso
Fino a toccare il silenzio dello spazio
Troneggiante negli occhi di lui
E gli affida il suo segreto
E quando maturano i fiori del caffè
- Avremo un fiore
Avremo - ahi - un bel cucciolo
Guarda verso il confine
- Avremo una terra.
Un uomo e una donna
Ridono
E l'erba apre un sentiero al loro passaggio
E quando il sole splende
A loro per primi si inchina.
Ibrahim Nasrallah legge i suoi versi, i versi di una vita, e incanta l'uditorio: ci sono membri della comunità palestinese di Milano, spettatori non arabi appassionati della sua vasta produzione letteraria o semplici curiosi.
'Versi', a cura di Wasim Dahmash per Edizioni Q
Amore
Nell'estremo meridione
Un uomo e una donna
E all'orizzonte si estende sguainata
Una selva di occhi di fucili
E discorsi incompiuti sul suolo della patria
Su strade che li rubano quando il mare si diffonde nella memoria
Un uomo spara adesso i giorni
Accarezza il suo mitra
Una donna cerca adesso un mazzo di legna
E una rosa che i proiettili hanno lasciato tra la cenere
Sale adesso
Fino a toccare il silenzio dello spazio
Troneggiante negli occhi di lui
E gli affida il suo segreto
E quando maturano i fiori del caffè
- Avremo un fiore
Avremo - ahi - un bel cucciolo
Guarda verso il confine
- Avremo una terra.
Un uomo e una donna
Ridono
E l'erba apre un sentiero al loro passaggio
E quando il sole splende
A loro per primi si inchina.
Ibrahim Nasrallah legge i suoi versi, i versi di una vita, e incanta l'uditorio: ci sono membri della comunità palestinese di Milano, spettatori non arabi appassionati della sua vasta produzione letteraria o semplici curiosi.
'Versi', a cura di Wasim Dahmash per Edizioni Q
mercoledì 11 novembre 2009
Lilith è tornata!
Lilith è tornata, più forte e libera che mai, consapevole di quanto ci sia ancora bisogno di lei. Affascinante figura di origine mesopotamica, secondo un mito sumero Lilith fu la prima donna di Adamo, a cui lei non voleva essere sottomessa. Disobbediente, lo abbandonò nel paradiso terrestre e se ne andò. Dio allora creò Eva dalla costola di Adamo, perché non seguisse le sue orme. Per questo Lilith divenne nell'immaginario ebraico un demone, emblema di adulterio e lussuria.
Ed è a questa immagine femminile, antecedente al peccato originale, che Joumana Haddad dedica la sua raccolta integrale di poesie, 'Il ritorno di Lilith'
Perché le donne, arabe e non, devono ancora guadagnare a pieno la propria libertà.
Parola della poliedrica autrice libanese, abituata a infrangere tabù.
Sicura e affascinante, Joumana utilizza la scrittura - "Scrivo perché non ne posso fare a meno" - per conquistare alla parola nuovi mondi: ne è un esempio il suo trimestrale, 'Al Jasad' (Il Corpo), dedicato al corpo in tutte le sue manifestazioni: letteratura, arte, poesia. Coraggioso esperimento giornalistico che ha da poco compiuto un anno..e promette spumeggianti sviluppi.
Dice Joumana, nel suo italiano danzante: "La donna è complice nel complotto verso il proprio sesso". Solo Lilith sa essere fino in fondo alleata di se stessa e complice del proprio uomo. Peccato che Adamo non l'abbia capito.
http://www.donnamoderna.com/sesso/Eros-psiche/foto/intervista-a-joumana-haddad-la-scrittrice-araba-che-infrange-i-tabu-197081.html#titolo
Ed è a questa immagine femminile, antecedente al peccato originale, che Joumana Haddad dedica la sua raccolta integrale di poesie, 'Il ritorno di Lilith'
Perché le donne, arabe e non, devono ancora guadagnare a pieno la propria libertà.
Parola della poliedrica autrice libanese, abituata a infrangere tabù.
Sicura e affascinante, Joumana utilizza la scrittura - "Scrivo perché non ne posso fare a meno" - per conquistare alla parola nuovi mondi: ne è un esempio il suo trimestrale, 'Al Jasad' (Il Corpo), dedicato al corpo in tutte le sue manifestazioni: letteratura, arte, poesia. Coraggioso esperimento giornalistico che ha da poco compiuto un anno..e promette spumeggianti sviluppi.
Dice Joumana, nel suo italiano danzante: "La donna è complice nel complotto verso il proprio sesso". Solo Lilith sa essere fino in fondo alleata di se stessa e complice del proprio uomo. Peccato che Adamo non l'abbia capito.
http://www.donnamoderna.com/sesso/Eros-psiche/foto/intervista-a-joumana-haddad-la-scrittrice-araba-che-infrange-i-tabu-197081.html#titolo
venerdì 30 ottobre 2009
La guerra nascosta in Medio Oriente
Da Avvenire, pag. 3 'in Vetrina', 17 Ottobre 2009, La guerra nascosta del Medio Oriente, Federica Zoja
Un nuovo ed esplosivo focolaio di tensione cova in Medio Oriente, sotto le sabbie della penisola arabica. In Yemen, storicamente teatro di conflitti tribali, politici e settari, gli scontri fra l’esercito regolare di Sana’a e i combattenti sciiti Huti, nelle aree di Sa’ada e Amran, sono riesplosi più violenti che mai l’undici agosto scorso, dopo neanche un anno di calma relative, e non accennano a diradarsi.
Con il rischio che la giovane Repubblica Unita (1990), ‘incastonata’ in un’area dai difficili equilibri, diventi suo malgrado il ring per un nuovo regolamento di conti internazionali. In primo luogo, quelli fra Arabia Saudita e Iran. Si intravede l’ombra di Teheran, infatti, dietro alle rivendicazioni Huti.
Su diversi fronti, la posizione geopolitica dello Yemen è più che mai delicata: il poroso confine Nord Orientale è infiltrato da membri dell’organizzazione terroristica Al Qae’da, oltre ad essere scosso dalla ribellione Huti; mentre a Ovest e a Sud, solo il Golfo di Aden separa il paese dai teatri di guerra del Corno d’Africa, da quello somalo e Sudanese; infine, in una prospettiva più ampia, la Repubblica yemenita riflette in piccolo l’acuirsi delle tensioni interne al mondo musulmano, fra l’Islàm sunnita, maggioritario, e quello sciita.
Ora Sana’a – indebolita dalla forte crisi economica, dalle onnipresenti tensioni interne con il Sud secessionista e da ripetuti attentati suicidi e sequestri a danni di stranieri – punta a ‘bonificare’ il Nord prima che la regione sfugga ad ogni controllo. E prima che la comunità internazionale punti i riflettori su quanto sta accadendo fra le montagne della penisola arabica.
Alle prese con l’insurrezione Huti dal 2004, il governo non sembra disponibile ad accogliere le rivendicazioni dei ribelli, né tanto meno ad aprire corridoi umanitari regolari per convogliare gli aiuti Onu alle migliaia di sfollati: in modo sporadico, Croce Rossa Internazionale e Medici senza frontiere raggiungono i feriti con derrate alimentari e medicine. L’agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati ha allestito alcuni campi, fra cui quello di Al Mazraq, ma non ha accesso alle zone più interne. Né vi hanno accesso i mezzi di comunicazione: la Guerra in corso non ha copertura diretta.
Il quadro che si ricava dai media arabi, yemeniti e non (Al Jazeera, Al Arabiya, Saba News Agency, Yemen Observer, con fonti militari o testimonianze di sfollati) è quello di una escalation di violenza, con centinaia di vittime non solo fra gli insorti, ma anche fra la popolazione civile locale, soprattutto a causa degli ultimi raid dell’aviazione. E sono decine di migliaia gli sfollati (in poco più di un mese, oltre 100.000 persone secondo l’organizzazione umanitaria Oxfam, ndr), alcuni ammassati nei campi nei governatorati adiacenti Sa’ada (Al Amran, Al Jawf, Al Hajjah), altri ancora intrappolati dietro il fronte dei combattimenti.
(…) Fra attentati suicidi a istituzioni e strutture pubbliche, rapimenti di stranieri (una famiglia tedesca e un cittadino inglese sono ancor sotto sequestro, ndr) e agguati sulle strade interne, è il quadro generale della sicurezza in Yemen ad essere precipitato dall’inizio del 2009. Come se il paese fosse diventato un laboratorio, una serra in cui maturano interessi, contraddizioni e incomprensioni propri dell’intera area. Tutto questo malgrado “per molti versi, il più aperto sistema politico della penisola Arabica, impegnato nello sviluppare gli strumenti di uno Stato moderno e a cooperare con gli sforzi internazionali per sradicare la rete di Al Qae’da” (International Crisis Group, rapporto del maggio 2009).
Un nuovo ed esplosivo focolaio di tensione cova in Medio Oriente, sotto le sabbie della penisola arabica. In Yemen, storicamente teatro di conflitti tribali, politici e settari, gli scontri fra l’esercito regolare di Sana’a e i combattenti sciiti Huti, nelle aree di Sa’ada e Amran, sono riesplosi più violenti che mai l’undici agosto scorso, dopo neanche un anno di calma relative, e non accennano a diradarsi.
Con il rischio che la giovane Repubblica Unita (1990), ‘incastonata’ in un’area dai difficili equilibri, diventi suo malgrado il ring per un nuovo regolamento di conti internazionali. In primo luogo, quelli fra Arabia Saudita e Iran. Si intravede l’ombra di Teheran, infatti, dietro alle rivendicazioni Huti.
Su diversi fronti, la posizione geopolitica dello Yemen è più che mai delicata: il poroso confine Nord Orientale è infiltrato da membri dell’organizzazione terroristica Al Qae’da, oltre ad essere scosso dalla ribellione Huti; mentre a Ovest e a Sud, solo il Golfo di Aden separa il paese dai teatri di guerra del Corno d’Africa, da quello somalo e Sudanese; infine, in una prospettiva più ampia, la Repubblica yemenita riflette in piccolo l’acuirsi delle tensioni interne al mondo musulmano, fra l’Islàm sunnita, maggioritario, e quello sciita.
Ora Sana’a – indebolita dalla forte crisi economica, dalle onnipresenti tensioni interne con il Sud secessionista e da ripetuti attentati suicidi e sequestri a danni di stranieri – punta a ‘bonificare’ il Nord prima che la regione sfugga ad ogni controllo. E prima che la comunità internazionale punti i riflettori su quanto sta accadendo fra le montagne della penisola arabica.
Alle prese con l’insurrezione Huti dal 2004, il governo non sembra disponibile ad accogliere le rivendicazioni dei ribelli, né tanto meno ad aprire corridoi umanitari regolari per convogliare gli aiuti Onu alle migliaia di sfollati: in modo sporadico, Croce Rossa Internazionale e Medici senza frontiere raggiungono i feriti con derrate alimentari e medicine. L’agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati ha allestito alcuni campi, fra cui quello di Al Mazraq, ma non ha accesso alle zone più interne. Né vi hanno accesso i mezzi di comunicazione: la Guerra in corso non ha copertura diretta.
Il quadro che si ricava dai media arabi, yemeniti e non (Al Jazeera, Al Arabiya, Saba News Agency, Yemen Observer, con fonti militari o testimonianze di sfollati) è quello di una escalation di violenza, con centinaia di vittime non solo fra gli insorti, ma anche fra la popolazione civile locale, soprattutto a causa degli ultimi raid dell’aviazione. E sono decine di migliaia gli sfollati (in poco più di un mese, oltre 100.000 persone secondo l’organizzazione umanitaria Oxfam, ndr), alcuni ammassati nei campi nei governatorati adiacenti Sa’ada (Al Amran, Al Jawf, Al Hajjah), altri ancora intrappolati dietro il fronte dei combattimenti.
(…) Fra attentati suicidi a istituzioni e strutture pubbliche, rapimenti di stranieri (una famiglia tedesca e un cittadino inglese sono ancor sotto sequestro, ndr) e agguati sulle strade interne, è il quadro generale della sicurezza in Yemen ad essere precipitato dall’inizio del 2009. Come se il paese fosse diventato un laboratorio, una serra in cui maturano interessi, contraddizioni e incomprensioni propri dell’intera area. Tutto questo malgrado “per molti versi, il più aperto sistema politico della penisola Arabica, impegnato nello sviluppare gli strumenti di uno Stato moderno e a cooperare con gli sforzi internazionali per sradicare la rete di Al Qae’da” (International Crisis Group, rapporto del maggio 2009).
giovedì 2 luglio 2009
Stranieri untori
Il Cairo. “Sono salita sul microbus – racconta la mia amica T. abbozzando un sorriso incerto – e subito alcune donne si sono coperte il viso con un fazzoletto”.
Niente di strano, succede spesso. In metropolitana, al suq (mercato) di A’taba, nei corridoi della Mugamma’ (il palazzone in stile sovietico che domina la centrale piazza Tahrir, al Cairo, e ospita la pubblica amministrazione egiziana). In questi giorni è capitato a molti di noi, americani e non, di sentirsi osservati con apprensione, a maggior ragione se raffreddati. Tutta colpa dell’influenza suina, o meglio dell’influenza A, da essa derivata.
Nell’immaginario collettivo, infatti, sono gli stranieri a portare in Egitto la malattia. E anche una volta verificatisi casi di infezione fra gli ‘autoctoni’, gli untori rimangono gli 'aganib', gli stranieri appunto. Mangiatori di carne suina e viaggiatori indefessi, intenti a seminare nel mondo morbi altrimenti sconosciuti ai popoli timorati di Dio.
Ma c’è anche chi, nelle file dell’opposizione politica, coglie al balzo la notizia della presenza dell’influenza suina in Egitto per denunciare l’operato del Governo, evidenziandone l’inefficacia. Come dargli torto, vista la totale inutilità della mattanza di tutti i maiali allevati nel paese, circa 250.000 capi, unica risorsa economica della casta degli 'zebelin'. La strage, avvenuta ben prima che nel paese giungesse il virus, non è servita a niente, se non a penalizzare un gruppo sociale già emarginato.
Atti alla raccolta e al riciclaggio delle immondizie (zebela, in arabo egiziano), gli zebelin vivono a ridosso delle discariche, se non al loro interno, e arrotondano i propri magri guadagni grazie all’allevamento dei suini. Diseredati e relegati ai confini dei centri urbani, sono cittadini egiziani di fede cristiana copta.
Sostenuta dai media attraverso un’intensa campagna a sfondo religioso – con foto di maiali razzolanti nel pattume, a dimostrazione che i suini sono animali impuri, come indicato dal libro sacro all’Islam – la misura preventiva ha penalizzato cittadini già di per sé discriminati dalla società nel suo complesso, a causa della loro professione di spazzini, e dalla maggioranza musulmana in particolare per la loro ‘convivenza’ con i maiali.
Dagli organismi responsabili della pianificazione urbana giungono impegni precisi per la collocazione di allevamenti di maiali a norma lontano dalle discariche e la messa a punto di sistemi di raccolta organizzata dei detriti. Per gli zebelin potrebbe essere l’occasione di integrarsi nella società attraverso impieghi differenti da quello ‘ereditato’. Oppure il via libera all’estrema emarginazione.
Niente di strano, succede spesso. In metropolitana, al suq (mercato) di A’taba, nei corridoi della Mugamma’ (il palazzone in stile sovietico che domina la centrale piazza Tahrir, al Cairo, e ospita la pubblica amministrazione egiziana). In questi giorni è capitato a molti di noi, americani e non, di sentirsi osservati con apprensione, a maggior ragione se raffreddati. Tutta colpa dell’influenza suina, o meglio dell’influenza A, da essa derivata.
Nell’immaginario collettivo, infatti, sono gli stranieri a portare in Egitto la malattia. E anche una volta verificatisi casi di infezione fra gli ‘autoctoni’, gli untori rimangono gli 'aganib', gli stranieri appunto. Mangiatori di carne suina e viaggiatori indefessi, intenti a seminare nel mondo morbi altrimenti sconosciuti ai popoli timorati di Dio.
Ma c’è anche chi, nelle file dell’opposizione politica, coglie al balzo la notizia della presenza dell’influenza suina in Egitto per denunciare l’operato del Governo, evidenziandone l’inefficacia. Come dargli torto, vista la totale inutilità della mattanza di tutti i maiali allevati nel paese, circa 250.000 capi, unica risorsa economica della casta degli 'zebelin'. La strage, avvenuta ben prima che nel paese giungesse il virus, non è servita a niente, se non a penalizzare un gruppo sociale già emarginato.
Atti alla raccolta e al riciclaggio delle immondizie (zebela, in arabo egiziano), gli zebelin vivono a ridosso delle discariche, se non al loro interno, e arrotondano i propri magri guadagni grazie all’allevamento dei suini. Diseredati e relegati ai confini dei centri urbani, sono cittadini egiziani di fede cristiana copta.
Sostenuta dai media attraverso un’intensa campagna a sfondo religioso – con foto di maiali razzolanti nel pattume, a dimostrazione che i suini sono animali impuri, come indicato dal libro sacro all’Islam – la misura preventiva ha penalizzato cittadini già di per sé discriminati dalla società nel suo complesso, a causa della loro professione di spazzini, e dalla maggioranza musulmana in particolare per la loro ‘convivenza’ con i maiali.
Dagli organismi responsabili della pianificazione urbana giungono impegni precisi per la collocazione di allevamenti di maiali a norma lontano dalle discariche e la messa a punto di sistemi di raccolta organizzata dei detriti. Per gli zebelin potrebbe essere l’occasione di integrarsi nella società attraverso impieghi differenti da quello ‘ereditato’. Oppure il via libera all’estrema emarginazione.
mercoledì 25 marzo 2009
Tranelli separatisti
"E quello che ci fa qui?". La commessa del negozio di lingerie - Wust el Balad, pieno centro del Cairo, due vetrine gigantesche popolate di manichini scostumati - segue con lo sguardo una coppia di clienti, appena emersi dalla scala a chiocciola che conduce dal piano inferiore, quello sulla strada, al paradiso dell'intimo, e non nasconde il proprio fastidio per la presenza di un UOMO.
Un uomo, cioè - mi permetto di interpretare la mimica facciale della capo-commessa e delle sue sottoposte - un coso barbuto, di circa 25 anni, pallido in viso e alquanto imbarazzato, che segue docilmente la moglie alla scoperta di pizzi e merletti.
E per un attimo anche io provo ostilità per questo essere che si permette di violare un luogo a me riservato, uno dei pochi posti in cui, velate o no siamo tutte uguali, temporaneamente affaccendate con gancetti e bretelline, imbottiture e cuciture che non si devono vedere.
Quindi, faccio mia la domanda amletica: "Ma non lo vedi che sei nel posto sbagliato?". Poi, però, il mio paracadute interno, quello che si attiva quando sto per spiacciccarmi al suolo trascinata dal peso del bipolarismo uomo-donna, si apre. E resto sospesa a mezz'aria.
C'ero quasi cascata, nel tranello. E adesso avrei voglia di abbracciarlo, il Mister in questione. Lui che guarda complice la moglie mentre si prova - sopra almeno due strati di vestiti - una vestaglia rosso fuoco, lunga fino ai piedi, bordata di finto struzzo tinta passione ardente. Bravo aleik. Che sfidi le striscianti logiche separatiste, non scritte ma devastanti, che stanno spaccando l'Egitto.
Ma io qui ci posso stare? Ma lui qui ci può entrare? Ma noi due, qui, insieme, come ci dobbiamo comportare? Ebbbbbbbbbasta. Mister Mohammed o Mustafa o Ahmed, non lo so, e la sua consorte sono i miei eroi del giorno. Quasi eroi, insomma...Lo string in stile Swarovski, catarifrangente sotto le luci al neon, è davvero un colpo basso. Ma ormai, io e il mio paracadute siamo atterrati leggeri come piume.
E io sgambetto fuori dalla casa dell'intimo orrido sana e salva.
Un uomo, cioè - mi permetto di interpretare la mimica facciale della capo-commessa e delle sue sottoposte - un coso barbuto, di circa 25 anni, pallido in viso e alquanto imbarazzato, che segue docilmente la moglie alla scoperta di pizzi e merletti.
E per un attimo anche io provo ostilità per questo essere che si permette di violare un luogo a me riservato, uno dei pochi posti in cui, velate o no siamo tutte uguali, temporaneamente affaccendate con gancetti e bretelline, imbottiture e cuciture che non si devono vedere.
Quindi, faccio mia la domanda amletica: "Ma non lo vedi che sei nel posto sbagliato?". Poi, però, il mio paracadute interno, quello che si attiva quando sto per spiacciccarmi al suolo trascinata dal peso del bipolarismo uomo-donna, si apre. E resto sospesa a mezz'aria.
C'ero quasi cascata, nel tranello. E adesso avrei voglia di abbracciarlo, il Mister in questione. Lui che guarda complice la moglie mentre si prova - sopra almeno due strati di vestiti - una vestaglia rosso fuoco, lunga fino ai piedi, bordata di finto struzzo tinta passione ardente. Bravo aleik. Che sfidi le striscianti logiche separatiste, non scritte ma devastanti, che stanno spaccando l'Egitto.
Ma io qui ci posso stare? Ma lui qui ci può entrare? Ma noi due, qui, insieme, come ci dobbiamo comportare? Ebbbbbbbbbasta. Mister Mohammed o Mustafa o Ahmed, non lo so, e la sua consorte sono i miei eroi del giorno. Quasi eroi, insomma...Lo string in stile Swarovski, catarifrangente sotto le luci al neon, è davvero un colpo basso. Ma ormai, io e il mio paracadute siamo atterrati leggeri come piume.
E io sgambetto fuori dalla casa dell'intimo orrido sana e salva.
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