Ci siamo, anche quest'anno i luoghi santi dell'Islàm sono stati presi d'assalto da centinaia di migliaia di fedeli musulmani provenienti da tutto il mondo. Per la maggior parte di loro riuscire ad assolvere a uno dei Pilastri della fede, il pellegrinaggio maggiore, l'Hajj, è tutt'altro che scontato visto che lo stesso profeta Mohammed, prevedendone gli ostacoli, aveva precisato che l'obbligo era da ritenersi valido a meno di gravi impedimenti economici o di salute.
Ma come qualsiasi manifestazione umana ogni anno i giorni di meditazione rituale in Arabia Saudita portano con sé polemiche e discussioni: agli occhi di Allah i pellegrini saranno anche tutti uguali, ma il loro modo di affrontare l'esperienza nella loro terra santa non è affatto identico.
È il boom di alberghi di lusso intorno ai luoghi di preghiera che non cessa di accendere grandi dispute, e la stampa araba non fa che dare fiato al sentimento anti-saudita dilagante nella Umma mondiale, la comunità musulmana: come dire, in mondo più o meno chiaro, “non siete degni di ospitare i luoghi in cui Mohammed è vissuto”.
Ed ecco fiorire gli esempi di pellegrini a sette stelle, quelli che spendono anche 12 mila euro per il loro soggiorno spirituale e mal sopportano di mescolarsi agli altri per svariate ore, senza che nessuno riconosca il loro status. Gli hotel svettano intorno alla Grande moschea, nel cui cortile i fedeli si muovo in cerchio intorno alla Kaaba, e, nei sogni delle autorità, presto ne sorgeranno altri più belli.
E la moschea stessa sarà ampliata per accogliere più pellegrini: non era questo l'obiettivo di Mohammed stesso? Far sì che tutti possano recarsi alla Mecca liberamente? Oppure il business ha preso la mano agli amministratori locali?
Effettivamente le cifre potrebbero dare alla testa a chiunque, benché pio e rispettoso del volere di Allah. Si calcola che il giro d'affari che interesserà Mecca e Medina nei prossimi 10 anni sarà pari a 120 miliardi di dollari. Nella sola Mecca saranno investiti 20 miliardi di dollari in progetti di sviluppo fra infrastrutture e accoglienza (un metro quadro costa 13 mila dollari alla Mecca, ndr).
Ma nello stesso regno saudita non tutti sono contenti: la prospettiva che i pellegrini possano arrivare anche a quattro milioni quest'anno e che i locali non siano mai interpellati prima dell'avvio di nuovi lavori non va giù a intellettuali e “laici” (laici rispetto alle gerarchie religiose, ndr).
La critica non trova spazio nell'arena politica, visto che non esistono elezioni parlamentari in Arabia Saudita.
Fra le voci più agguerrite vi è quella di Raja Alem, novellista, autrice di “Tawq Al Hamam”, “Il collare delle colombe”, nemica giurata di corruzione, affarismo, distruzione dei luoghi storici e di valore artistico. Mentre l'editorialista saudita Mahmoud Sabbagh si è più volte schierato contro i paradossi del nuovo corso consumistico: ma come, l'Hajj dovrebbe essere un'esperienza di profonda vicinanza con Dio all'insegna dell'umiltà eppure c'è chi ne trascorre una parte nuotando in piscina all'ultimo piano di un albergo che fa ombra alla Kaaba? E c'è chi come Irfan Al Alawi, teologo islamico con sede a Londra, non ha esitato a prendere l'esempio cristiano per rafforzare le proprie critiche: «Il Vaticano non permetterebbe mai lavori del genere all'interno della propria area sacra».
Lungi dal riguardare solo un miliardo e mezzo di musulmani, la “battaglia” in corso sotto il sole saudita rappresenta la summa delle contraddizioni umane: alla Mecca si scontrano ogni giorno materialismo estremo e desiderio di spiritualità.
http://www.lettera43.it/articolo/2646/islam-pellegrini-a-5-stelle.htm
lunedì 15 novembre 2010
mercoledì 10 novembre 2010
L'Egitto sperimenta le quote rosa
Rivoluzione in vista all'Assemblea popolare egiziana, la Camera bassa del Parlamento, il cui rinnovo è previsto per il 28 novembre, quando avrà inizio il lungo processo elettorale. Un sistema di “quote rose” permetterà a un blocco di 64 deputate su 508 deputati di sedere nell'emiciclo, dopo aver convinto gli elettori anche in quei governatorati storicamente conservatori.
Come ad Asiut, nel cuore dell'Egitto rurale, dove Mona Al Qurashi, membro del politburo di Al Wafd, la Delegazione, partito liberale nazionalista all'opposizione, e candidata alle prossime elezioni: «Finora Asiut è sempre stata rappresentata solo da uomini, si trattava di un seggio ereditato di generazione in generazione da alcune famiglie, adesso le cose cambieranno».
Ora Mona dovrà competere contro altre donne, un migliaio, per uno dei 64 posti “dedicati” alle deputate, ma i suoi problemi sono altri, difficilmente sradicabili: «Uno degli ostacoli che sto incontrando è che non sono velata, tutte le donne ad Asiut lo sono. Comunque, cristiani e intellettuali apprezzano il mio coraggio e questo mi dà energia».
Mona non è un'outsider nella sua famiglia: il padre, Al Qurashi Pasha, è stato uno dei fondatori del distretto di Asiut e chissà che proprio questo precedente illustre non la aiuti «a essere accettata dagli elettori».
Ma c'è anche chi vorrebbe competere alla pari senza bisogno di fare parte di una riserva protetta, come Manal Abul Hassan, che a Nasr city, alla periferia del Cairo, cercherà di sfidare il ministro del Petrolio Sameh Fahmy.
Per il momento, la commissione incaricata di vagliare le candidature non ha ancora resa nota la lista definitiva degli idonei a presentarsi.
Per Manal, esponente della Fratellanza musulmana (ma dovrà candidarsi come indipendente, perché la confraternita non è legale in Egitto), ormai «le donne partecipano a qualsiasi aspetto della vita sociale e non ci sono discriminazioni fra uomini e donne».
Un punto di vista che spiazza gli osservatori della scena politica egiziana, abituati a constatare, forse anche troppo, la penalizzazione delle donne man mano che nel Paese prende piede l'islamizzazione della società.
Eppure, sono proprio le donne militanti nelle associazioni islamiste a combattere in prima linea per i loro diritti, ma senza sbandierarlo. Mettendo piuttosto in primo piano l'impegno per i giovani, la scuola, lo sviluppo economico.
Le donne del Partito nazionale democratico (Ndp) di Hosni Mubarak, invece, per quanto numerose e presenti in modo capillare su tutto il territorio, hanno per ora optato per toni poco battaglieri, forse da candidate “blindate” e sicure di arrivare in Parlamento senza difficoltà.
A Sharqiya, per esempio, sono ben 131 le donne dell'Ndp decise a competere: per loro, la gara è tutta interna, perché sono consapevoli di avere la strada spianata per l'Assemblea popolare rispetto alle esponenti delle opposizioni, candidate zoppe già dal principio.
La messa a punto di una quota obbligatoria per le signore della politica non sarebbe stata possibile senza l'intervento del Consiglio nazionale per le donne, che ha lanciato una campagna di comunicazione a tappeto in tutto il Paese, al ritmo di uno slogan semplice ma acuto: “Compagne nella vita, compagne in Parlamento”.
Parte dell'iniziativa ha previsto una “formazione” sul campo anche delle elettrici, perché talvolta sono proprio loro le più restie a eleggere altre donne: per mancanza fiducia, poca stima, preconcetti più radicati che negli uomini.
Un paradosso che però ben spiega perché le donne egiziane, pur essendo in maggioranza rispetto ai loro compagni su 80 milioni di cittadini, facciano fatica a difendere i propri diritti. Secondo il quotidiano filo-governativo Al Ahram, solo il 41% degli iscritti al voto di fine novembre sono donne.
La nuova legge “rosa”, approvata in giugno, ha provocato aspri dibattiti: c'è chi, infatti, ritiene sia controproducente, destinata a ghettizzare ancora di più le egiziane. Altri invece sostengono che sia l'unico modo per garantire la presenza femminile e addirittura “obbligare” le donne a impegnarsi in politica in tutti i governatorati.
Ma solo il tempo dirà se l'esperimento darà gli effetti desiderati dalla normativa: per due legislature le signore saranno “accompagnate” nel loro ingresso in Parlamento, poi dovranno camminare da sole a testa alta.
http://www.lettera43.it/articolo/2330/legitto-sperimenta-le-quote-rosa.htm
Come ad Asiut, nel cuore dell'Egitto rurale, dove Mona Al Qurashi, membro del politburo di Al Wafd, la Delegazione, partito liberale nazionalista all'opposizione, e candidata alle prossime elezioni: «Finora Asiut è sempre stata rappresentata solo da uomini, si trattava di un seggio ereditato di generazione in generazione da alcune famiglie, adesso le cose cambieranno».
Ora Mona dovrà competere contro altre donne, un migliaio, per uno dei 64 posti “dedicati” alle deputate, ma i suoi problemi sono altri, difficilmente sradicabili: «Uno degli ostacoli che sto incontrando è che non sono velata, tutte le donne ad Asiut lo sono. Comunque, cristiani e intellettuali apprezzano il mio coraggio e questo mi dà energia».
Mona non è un'outsider nella sua famiglia: il padre, Al Qurashi Pasha, è stato uno dei fondatori del distretto di Asiut e chissà che proprio questo precedente illustre non la aiuti «a essere accettata dagli elettori».
Ma c'è anche chi vorrebbe competere alla pari senza bisogno di fare parte di una riserva protetta, come Manal Abul Hassan, che a Nasr city, alla periferia del Cairo, cercherà di sfidare il ministro del Petrolio Sameh Fahmy.
Per il momento, la commissione incaricata di vagliare le candidature non ha ancora resa nota la lista definitiva degli idonei a presentarsi.
Per Manal, esponente della Fratellanza musulmana (ma dovrà candidarsi come indipendente, perché la confraternita non è legale in Egitto), ormai «le donne partecipano a qualsiasi aspetto della vita sociale e non ci sono discriminazioni fra uomini e donne».
Un punto di vista che spiazza gli osservatori della scena politica egiziana, abituati a constatare, forse anche troppo, la penalizzazione delle donne man mano che nel Paese prende piede l'islamizzazione della società.
Eppure, sono proprio le donne militanti nelle associazioni islamiste a combattere in prima linea per i loro diritti, ma senza sbandierarlo. Mettendo piuttosto in primo piano l'impegno per i giovani, la scuola, lo sviluppo economico.
Le donne del Partito nazionale democratico (Ndp) di Hosni Mubarak, invece, per quanto numerose e presenti in modo capillare su tutto il territorio, hanno per ora optato per toni poco battaglieri, forse da candidate “blindate” e sicure di arrivare in Parlamento senza difficoltà.
A Sharqiya, per esempio, sono ben 131 le donne dell'Ndp decise a competere: per loro, la gara è tutta interna, perché sono consapevoli di avere la strada spianata per l'Assemblea popolare rispetto alle esponenti delle opposizioni, candidate zoppe già dal principio.
La messa a punto di una quota obbligatoria per le signore della politica non sarebbe stata possibile senza l'intervento del Consiglio nazionale per le donne, che ha lanciato una campagna di comunicazione a tappeto in tutto il Paese, al ritmo di uno slogan semplice ma acuto: “Compagne nella vita, compagne in Parlamento”.
Parte dell'iniziativa ha previsto una “formazione” sul campo anche delle elettrici, perché talvolta sono proprio loro le più restie a eleggere altre donne: per mancanza fiducia, poca stima, preconcetti più radicati che negli uomini.
Un paradosso che però ben spiega perché le donne egiziane, pur essendo in maggioranza rispetto ai loro compagni su 80 milioni di cittadini, facciano fatica a difendere i propri diritti. Secondo il quotidiano filo-governativo Al Ahram, solo il 41% degli iscritti al voto di fine novembre sono donne.
La nuova legge “rosa”, approvata in giugno, ha provocato aspri dibattiti: c'è chi, infatti, ritiene sia controproducente, destinata a ghettizzare ancora di più le egiziane. Altri invece sostengono che sia l'unico modo per garantire la presenza femminile e addirittura “obbligare” le donne a impegnarsi in politica in tutti i governatorati.
Ma solo il tempo dirà se l'esperimento darà gli effetti desiderati dalla normativa: per due legislature le signore saranno “accompagnate” nel loro ingresso in Parlamento, poi dovranno camminare da sole a testa alta.
http://www.lettera43.it/articolo/2330/legitto-sperimenta-le-quote-rosa.htm
mercoledì 3 novembre 2010
Al Asiri, dieci anni a caccia del "botto"
Della sua precedente esistenza, prima che il fuoco sacro della fede lo bruciasse, si sa poco. La cerchia familiare lo descrive come un giovane come tanti altri: la passione per la musica, un giro di amici, lo sport. Poco interesse per la religione.
Eppure Ibrahim Hassan Al Asiri, 28 anni, saudita residente in Yemen da tre anni, è uno dei più pericolosi coordinatori della rete terroristica Al Qa’ida, esperto di esplosivi e veleni secondo i servizi di intelligence americani, che lo tengono d’occhio da anni. Sarebbe lui all’origine di numerosi tentativi di attentato dell’ultimo anno.
Il mistero aleggia ancora su questo giovane, “perso di vista” nella prima fase della latitanza, quando la sua “vocazione terroristica” si è andata definendo.
Intervistata dal quotidiano algerino Al Watan, agli inizi del 2009 la madre descriveva così lui e suo fratello: «Ibrahim e suo fratello Abdullah erano come tutti gli adolescenti, poco religiosi».
E neanche i loro amici lo erano. Poi, fede e nuove frequentazioni sembrano andare di pari passi, senza che si capisca che cosa è venuto prima. Forse il trauma della morte del fratello Ali, in un incidente di auto nel 2000, ha contribuito a determinare la svolta. Ed ecco comparire in casa video di mujaheddin (militanti del Jihad) in Afghanistan, mentre i due ragazzi sono sempre più distanti e freddi con i genitori e le sorelle.
Ibrahim non è molto prudente, si fa notare al confine con l’Iraq nel 2003, mentre tenta di entrare nel Paese per unirsi ai guerriglieri islamisti contro le truppe americane. L’esperienza nelle carceri saudite, nove mesi, lo segna per sempre e lo rafforza nelle sue convinzioni.
La famiglia intanto si è trasferita da Riyad alla Mecca. Nel 2007, Ibrahim e Abdullah decidono di andarsene e trasferirsi a Medina, lasciando il padre, ex militare, nell’incertezza sulla loro sorte. Solo anni dopo i genitori vedranno le loro foto sui media locali e capiranno che, quando i due li chiamavano «dall’estero», stavano imparando a confezionare bombe sofisticate e mescolare veleni.
Al servizio della cellula di Al Qa’ida più “promettente” dell’intero Medio Oriente, Al Qa’ida nella penisola araba, conosciuta come Aqpa e nascosta come un cancro nel cuore dello Yemen.
Ibrahim ora è in testa alla lista delle 85 persone più pericolose per le autorità saudite, un’ascesa “trionfale” che lo ha reso uno dei ricercati in Yemen e nel mondo.
Di lui, artificiere sopraffino, si comincia a capire che ha un ruolo di coordinamento, che non corre rischi inutili, forse convinto di essere destinato a grandi imprese: il fratello Abdullah è già morto, lo ha mandato lui a morire in un attentato-suicida nell’agosto del 2009, all’età di 23 anni. Il bersaglio, il numero uno dei servizi segreti sauditi Mohammed Ben Nayef Ben Abdel Aziz, sfugge, ma per Abdullah, imbottito di esplosivi, non c’è scampo.
Il sacrificio del fratello deve aver fatto salire le quotazioni di Ibrahim in seno all’organizzazione: Aqpa lo sceglie per partecipare all’attentato sul volo Amsterdam-Detroit del 25 dicembre 2009. L’esplosivo che portava addosso il nigeriano 23enne Umar Abdul Mutallab, recava la sua firma. Ma anche quel tentativo non è andato in porto.
Verosimilmente ora il giovane Al Asiri (nome di battaglia Abu Saleh), arso dal desiderio di dimostrare capacità e coraggio, deve averne abbastanza di aspettare di fare il botto. Letteralmente. Di lui, temono inquirenti e servizi americani, si tornerà presto a parlare. Così come del religioso americano-yemenita Anwar Al Awlaki, colui che ha fornito ai fratelli Al Asiri e alle nuove leve del terrorismo islamista un supporto religioso.
http://www.lettera43.it/articolo/1934/al-asiri-10-anni-a-caccia-del-botto.htm
Eppure Ibrahim Hassan Al Asiri, 28 anni, saudita residente in Yemen da tre anni, è uno dei più pericolosi coordinatori della rete terroristica Al Qa’ida, esperto di esplosivi e veleni secondo i servizi di intelligence americani, che lo tengono d’occhio da anni. Sarebbe lui all’origine di numerosi tentativi di attentato dell’ultimo anno.
Il mistero aleggia ancora su questo giovane, “perso di vista” nella prima fase della latitanza, quando la sua “vocazione terroristica” si è andata definendo.
Intervistata dal quotidiano algerino Al Watan, agli inizi del 2009 la madre descriveva così lui e suo fratello: «Ibrahim e suo fratello Abdullah erano come tutti gli adolescenti, poco religiosi».
E neanche i loro amici lo erano. Poi, fede e nuove frequentazioni sembrano andare di pari passi, senza che si capisca che cosa è venuto prima. Forse il trauma della morte del fratello Ali, in un incidente di auto nel 2000, ha contribuito a determinare la svolta. Ed ecco comparire in casa video di mujaheddin (militanti del Jihad) in Afghanistan, mentre i due ragazzi sono sempre più distanti e freddi con i genitori e le sorelle.
Ibrahim non è molto prudente, si fa notare al confine con l’Iraq nel 2003, mentre tenta di entrare nel Paese per unirsi ai guerriglieri islamisti contro le truppe americane. L’esperienza nelle carceri saudite, nove mesi, lo segna per sempre e lo rafforza nelle sue convinzioni.
La famiglia intanto si è trasferita da Riyad alla Mecca. Nel 2007, Ibrahim e Abdullah decidono di andarsene e trasferirsi a Medina, lasciando il padre, ex militare, nell’incertezza sulla loro sorte. Solo anni dopo i genitori vedranno le loro foto sui media locali e capiranno che, quando i due li chiamavano «dall’estero», stavano imparando a confezionare bombe sofisticate e mescolare veleni.
Al servizio della cellula di Al Qa’ida più “promettente” dell’intero Medio Oriente, Al Qa’ida nella penisola araba, conosciuta come Aqpa e nascosta come un cancro nel cuore dello Yemen.
Ibrahim ora è in testa alla lista delle 85 persone più pericolose per le autorità saudite, un’ascesa “trionfale” che lo ha reso uno dei ricercati in Yemen e nel mondo.
Di lui, artificiere sopraffino, si comincia a capire che ha un ruolo di coordinamento, che non corre rischi inutili, forse convinto di essere destinato a grandi imprese: il fratello Abdullah è già morto, lo ha mandato lui a morire in un attentato-suicida nell’agosto del 2009, all’età di 23 anni. Il bersaglio, il numero uno dei servizi segreti sauditi Mohammed Ben Nayef Ben Abdel Aziz, sfugge, ma per Abdullah, imbottito di esplosivi, non c’è scampo.
Il sacrificio del fratello deve aver fatto salire le quotazioni di Ibrahim in seno all’organizzazione: Aqpa lo sceglie per partecipare all’attentato sul volo Amsterdam-Detroit del 25 dicembre 2009. L’esplosivo che portava addosso il nigeriano 23enne Umar Abdul Mutallab, recava la sua firma. Ma anche quel tentativo non è andato in porto.
Verosimilmente ora il giovane Al Asiri (nome di battaglia Abu Saleh), arso dal desiderio di dimostrare capacità e coraggio, deve averne abbastanza di aspettare di fare il botto. Letteralmente. Di lui, temono inquirenti e servizi americani, si tornerà presto a parlare. Così come del religioso americano-yemenita Anwar Al Awlaki, colui che ha fornito ai fratelli Al Asiri e alle nuove leve del terrorismo islamista un supporto religioso.
http://www.lettera43.it/articolo/1934/al-asiri-10-anni-a-caccia-del-botto.htm
mercoledì 27 ottobre 2010
Sderot, pagine che fanno paura
Per avere un libro di storia il più possibile completo, pluralista, frutto di un coro eterogeneo di voci si può e si deve lottare. La pensano così gli studenti di un istituto superiore di Sderot, centro urbano israeliano di piccole dimensioni e scarso appeal estetico, ma indubbia fama, data la sua infausta posizione geografica.
La cittadina, infatti, si trova nell’area occidentale del deserto del Negev, a un km dalla Striscia di Gaza. E per questa sua ubicazione è da anni, alternativamente, bersaglio privilegiato di missili palestinesi più o meno artigianali sparati dalla Striscia oppure porta d’accesso alla lingua di terra controllata da Hamas per le rappresaglie israeliane.
Sderot è una tappa obbligata per la stampa internazionale che desidera capire come vivono gli israeliani di frontiera, quelli che hanno pochi secondi per ripararsi dal momento in cui suona un allarme missilistico. Allo stesso tempo, la cittadina fondata negli anni ’50 costituisce un punto di osservazione “ideale” per seguire a debita distanza i raid aerei israeliani nella Striscia, come accaduto durante l’operazione Piombo fuso (dicembre 2008-gennaio 2009).
Ma d’ora in poi a Sderot si potrà associare anche un’immagine diversa: quella di una popolazione che, attraverso i suoi esponenti più giovani, vuole voltare pagina. Ecco perché.
I ragazzi dell’istituto Sha’ar Hanegev, privati di un testo di storia che presentava l’una accanto all’altra la ricostruzione della storia moderna del Medio Oriente per mano di un docente israeliano e di uno palestinese, non intendono rassegnarsi e chiedono di parlare con il dirigente del ministero dell’Educazione che ne ha disposto il ritiro.
La notizia è stata riportata il 25 ottobre dal sito del quotidiano Haaretz. Il libro incriminato, “Imparare il racconto storico di ciascuno”, è già stato utilizzato nel liceo di Sderot l’anno scorso per volontà del preside Aharon Rothstein, ma, sostengono i dirigenti a Tel Aviv, senza opportuna autorizzazione. Il divieto è stato definito dagli studenti «irritante e deludente», ora vogliono sapere di che cosa hanno paura al ministero dell’Educazione e tuonano: «Questo atteggiamento diminuisce la nostra intelligenza ed è un po’ insultante dire che crederemo a qualsiasi cosa leggiamo. Si potrebbe dire lo stesso del “Mein Kampf” di Hitler letto nelle ore di storia. Ma è ovvio, non funziona in questo modo».
Il volume reca la firma di Dan Bar-On, dell’università del Negev Ben Gurion, e di Sami Adwan, dell’università di Betlemme. Fra una versione e l’altra dei medesimi fatti storici, al centro, uno spazio bianco permette agli studenti di apporre i propri commenti, da discutere poi in classe.
Secondo la ricostruzione di Haaretz, il ministero ha “drizzato le orecchie” a seguito di un primo articolo scritto sul progetto interculturale, coordinato da un ente svedese. Dopo un colloquio con il preside, il testo è stato vietato senza appello.
Nel frattempo, al preside Rothstein è stato «proibito parlare con la stampa», ha spiegato a Lettera43 la sua segreteria, chiarendo che l’imposizione viene direttamente «dal ministero dell’Educazione».
http://www.lettera43.it/articolo/1543/pagine-che-fanno-paura.htm
La cittadina, infatti, si trova nell’area occidentale del deserto del Negev, a un km dalla Striscia di Gaza. E per questa sua ubicazione è da anni, alternativamente, bersaglio privilegiato di missili palestinesi più o meno artigianali sparati dalla Striscia oppure porta d’accesso alla lingua di terra controllata da Hamas per le rappresaglie israeliane.
Sderot è una tappa obbligata per la stampa internazionale che desidera capire come vivono gli israeliani di frontiera, quelli che hanno pochi secondi per ripararsi dal momento in cui suona un allarme missilistico. Allo stesso tempo, la cittadina fondata negli anni ’50 costituisce un punto di osservazione “ideale” per seguire a debita distanza i raid aerei israeliani nella Striscia, come accaduto durante l’operazione Piombo fuso (dicembre 2008-gennaio 2009).
Ma d’ora in poi a Sderot si potrà associare anche un’immagine diversa: quella di una popolazione che, attraverso i suoi esponenti più giovani, vuole voltare pagina. Ecco perché.
I ragazzi dell’istituto Sha’ar Hanegev, privati di un testo di storia che presentava l’una accanto all’altra la ricostruzione della storia moderna del Medio Oriente per mano di un docente israeliano e di uno palestinese, non intendono rassegnarsi e chiedono di parlare con il dirigente del ministero dell’Educazione che ne ha disposto il ritiro.
La notizia è stata riportata il 25 ottobre dal sito del quotidiano Haaretz. Il libro incriminato, “Imparare il racconto storico di ciascuno”, è già stato utilizzato nel liceo di Sderot l’anno scorso per volontà del preside Aharon Rothstein, ma, sostengono i dirigenti a Tel Aviv, senza opportuna autorizzazione. Il divieto è stato definito dagli studenti «irritante e deludente», ora vogliono sapere di che cosa hanno paura al ministero dell’Educazione e tuonano: «Questo atteggiamento diminuisce la nostra intelligenza ed è un po’ insultante dire che crederemo a qualsiasi cosa leggiamo. Si potrebbe dire lo stesso del “Mein Kampf” di Hitler letto nelle ore di storia. Ma è ovvio, non funziona in questo modo».
Il volume reca la firma di Dan Bar-On, dell’università del Negev Ben Gurion, e di Sami Adwan, dell’università di Betlemme. Fra una versione e l’altra dei medesimi fatti storici, al centro, uno spazio bianco permette agli studenti di apporre i propri commenti, da discutere poi in classe.
Secondo la ricostruzione di Haaretz, il ministero ha “drizzato le orecchie” a seguito di un primo articolo scritto sul progetto interculturale, coordinato da un ente svedese. Dopo un colloquio con il preside, il testo è stato vietato senza appello.
Nel frattempo, al preside Rothstein è stato «proibito parlare con la stampa», ha spiegato a Lettera43 la sua segreteria, chiarendo che l’imposizione viene direttamente «dal ministero dell’Educazione».
http://www.lettera43.it/articolo/1543/pagine-che-fanno-paura.htm
giovedì 21 ottobre 2010
Pomi d'oro e hashish
Un autunno caldo così, con punte massime di 40 gradi e tempeste di sabbia impalpabile che tinge tutto di giallo, non se lo ricorda nessuno al Cairo, neanche gli anziani, intervistati dalle tv locali che seguono le sorprendenti evoluzioni del meteo nazionale. E se normalmente l’apprensione dei media supera la reale portata dei fenomeni, “gonfiandoli” a dismisura, questo non è il caso.
Perché dopo sei mesi di temperature torride (anche 50 gradi nel mese di giugno nella capitale) è naturale che la maggior parte degli egiziani metta in relazione due fenomeni: il cambiamento climatico e l’inflazione galoppante che ha colpito le verdure trasformandole in un bene di lusso.
Soprattutto i pomodori, interessati da un aumento anche del 300%, sono diventati gioielli preziosi, passati da cinque a 15 lire egiziane al kg (un euro equivale a 7,95 lire egiziane). Le melanzane volano a quota 12 lire e i fagioli a 20, tutti alimenti essenziali nella dieta di un cittadino medio, ma sempre più inarrivabili: basti sapere che lo stipendio di un impiegato statale è di poche centinaia di lire al mese. Nel frattempo, la carne rossa è un miraggio, visto che costa 70 lire al kg.
«A causa dei cambiamenti climatici, quest’anno la produzione di pomodori e altri vegetali è stata esigua» ha spiegato a Lettera43 Cristina Cocchieri, ricercatrice, specializzata in Economia dei Paesi mediterranei, da tre anni al Cairo. «L’argomento occupa le prime pagine dei giornali, ma sono in pochi a valutare il rischio di una possibile crisi alimentare, per esempio considerando anche il brusco taglio dell’export di grano dalla Russia».
Niente verdure e poco riso o grano ed ecco che la dieta di tutti i giorni non passa più per la pentola: la gente comune si nutre di formaggio, qualche uovo e tè zuccherato. Inutile scomodare le padelle se non si ha neanche una cipolla da far rosolare.
Non è la prima volta, negli ultimi anni, che l’Egitto si trova ad affrontare lo spettro dell’insufficienza alimentare e del boom dei prezzi delle derrate: nel 2008, la crisi del pane causata dalla mancanza di grano ha fatto 12 vittime, cittadini morti durante le proteste popolari o nella ressa di fronte alle botteghe dei fornai.
Un tempo l'Egitto era fra i maggiori produttori ed esportatori di granaglie, ma l’aumento demografico ha capovolto la situazione: al ritmo di 1 milione di nascite all’anno, il Paese nordafricano ha superato gli 80 milioni di abitanti e procede al trotto verso nuovi traguardi.
Gli scienziati attribuiscono il rincaro delle verdure, e il peggioramento della loro qualità, a tre fattori: temperature al di sopra della media, la presenza di una mosca bianca devastante per le colture e la comparsa di un virus che attacca in particolar modo le piante di pomodori.
Il coincidere del nuovo allarme alimentare con uno dei passaggi politici più delicati della storia egiziana sta facendo drizzare le orecchie a numerosi osservatori, non solo a quelli appassionati di dietrologia. L’emergenza alimentare nel mondo c’è: finora ne hanno pagato le conseguenze peggiori Mauritania, Mozambico, Nigeria e Zimbabwe, in cui scarseggiano riso e grano.
Ma in molti si chiedono se le autorità egiziane, pilotando i prezzi delle derrate alimentari ad hoc, stiano cercando di distrarre l’attenzione dell’opinione pubblica dagli imminenti appuntamenti elettorali: il rinnovo dell’assemblea popolare, la Camera bassa del Parlamento egiziano, il 29 novembre, e le elezioni presidenziali in primavera. Con un possibile cambio ai vertici della repubblica dopo 30 anni di regime Mubarak.
“Ashara Al Masa” (Le dieci di sera), programma televisivo trasmesso dalla tv pubblica, ha affrontato l’argomento intervistando massaie inferocite e venditori tremebondi al mercato cairota di Bab El Louq. E la dietrologia ha trionfato: tutta colpa della corruzione che infetta la società, delle elezioni che si avvicinano e di Israele (non si sbaglia mai a citarlo, nel mondo arabo) che specula.
La crisi dei pomodori, così è stata “bollata” dai giornali, segue di alcuni mesi un’altra impasse che ha duramente colpito la società egiziana, quella dell'hashish. E non c’è ironia alcuna in tale affermazione. Illegale, ma parte della cultura popolare, l'hashish è una risorsa imprescindibile per milioni di cittadini, uomini e donne, nei grandi centri urbani come nelle aree agricole e nel deserto.
“Insieme contro la crisi dell’hashish in Egitto” è il nome del gruppo nato su Facebook nel mese di aprile, a seguito del rincaro delle agognate piantine. Scarso il successo dell'iniziativa, che ha raccolto una trentina di membri per ovvi motivi.
Rastrellato dai servizi di sicurezza, accumulato dagli spacciatori per farne lievitare il prezzo oppure rimasto fermo all’origine, là dove viene coltivato nelle montagne del Sinai per difficoltà di trasporto, l’hashish ha fatto parlare di sé per settimane, senza ipocrisie, anche in prima serata. Amr Adib, anchorman egiziano di "Al Qahira Al Youm" (Il Cairo oggi), ha dedicato una puntata della sua trasmissione alle lamentele per la scomparsa dell’hashish, lasciando invece alle autorità una campagna anti-droghe.
Intanto, mentre gli spettatori si concentrano su verdure e droghe leggere, la maggioranza smonta pezzo per pezzo le opposizioni politiche, religiose e laiche, e si prepara al passaggio dello scettro dal presidente Hosni Mubarak a un nuovo “faraone”. Una strategia già utilizzata nel 2005, prima delle urne, quando la polizia si è accanita su cittadini e turisti omosessuali, arrestati al Cairo a feste private o in locali pubblici.
Ecco perché la comunità gay del Cairo è sul chi va là: «Alla vigilia della festa organizzata da un personaggio abbastanza in vista, qualche settimana fa, si è sparsa la voce che i servizi segreti avrebbero fatto irruzione» ha raccontato a Lettera43 un invitato al prestigioso party, «Visto il periodo, l’allarme è stato preso sul serio e la festa annullata all’ultimo momento».
http://www.lettera43.it/articolo/1292/pomi-doro-e-hashish.htm
Perché dopo sei mesi di temperature torride (anche 50 gradi nel mese di giugno nella capitale) è naturale che la maggior parte degli egiziani metta in relazione due fenomeni: il cambiamento climatico e l’inflazione galoppante che ha colpito le verdure trasformandole in un bene di lusso.
Soprattutto i pomodori, interessati da un aumento anche del 300%, sono diventati gioielli preziosi, passati da cinque a 15 lire egiziane al kg (un euro equivale a 7,95 lire egiziane). Le melanzane volano a quota 12 lire e i fagioli a 20, tutti alimenti essenziali nella dieta di un cittadino medio, ma sempre più inarrivabili: basti sapere che lo stipendio di un impiegato statale è di poche centinaia di lire al mese. Nel frattempo, la carne rossa è un miraggio, visto che costa 70 lire al kg.
«A causa dei cambiamenti climatici, quest’anno la produzione di pomodori e altri vegetali è stata esigua» ha spiegato a Lettera43 Cristina Cocchieri, ricercatrice, specializzata in Economia dei Paesi mediterranei, da tre anni al Cairo. «L’argomento occupa le prime pagine dei giornali, ma sono in pochi a valutare il rischio di una possibile crisi alimentare, per esempio considerando anche il brusco taglio dell’export di grano dalla Russia».
Niente verdure e poco riso o grano ed ecco che la dieta di tutti i giorni non passa più per la pentola: la gente comune si nutre di formaggio, qualche uovo e tè zuccherato. Inutile scomodare le padelle se non si ha neanche una cipolla da far rosolare.
Non è la prima volta, negli ultimi anni, che l’Egitto si trova ad affrontare lo spettro dell’insufficienza alimentare e del boom dei prezzi delle derrate: nel 2008, la crisi del pane causata dalla mancanza di grano ha fatto 12 vittime, cittadini morti durante le proteste popolari o nella ressa di fronte alle botteghe dei fornai.
Un tempo l'Egitto era fra i maggiori produttori ed esportatori di granaglie, ma l’aumento demografico ha capovolto la situazione: al ritmo di 1 milione di nascite all’anno, il Paese nordafricano ha superato gli 80 milioni di abitanti e procede al trotto verso nuovi traguardi.
Gli scienziati attribuiscono il rincaro delle verdure, e il peggioramento della loro qualità, a tre fattori: temperature al di sopra della media, la presenza di una mosca bianca devastante per le colture e la comparsa di un virus che attacca in particolar modo le piante di pomodori.
Il coincidere del nuovo allarme alimentare con uno dei passaggi politici più delicati della storia egiziana sta facendo drizzare le orecchie a numerosi osservatori, non solo a quelli appassionati di dietrologia. L’emergenza alimentare nel mondo c’è: finora ne hanno pagato le conseguenze peggiori Mauritania, Mozambico, Nigeria e Zimbabwe, in cui scarseggiano riso e grano.
Ma in molti si chiedono se le autorità egiziane, pilotando i prezzi delle derrate alimentari ad hoc, stiano cercando di distrarre l’attenzione dell’opinione pubblica dagli imminenti appuntamenti elettorali: il rinnovo dell’assemblea popolare, la Camera bassa del Parlamento egiziano, il 29 novembre, e le elezioni presidenziali in primavera. Con un possibile cambio ai vertici della repubblica dopo 30 anni di regime Mubarak.
“Ashara Al Masa” (Le dieci di sera), programma televisivo trasmesso dalla tv pubblica, ha affrontato l’argomento intervistando massaie inferocite e venditori tremebondi al mercato cairota di Bab El Louq. E la dietrologia ha trionfato: tutta colpa della corruzione che infetta la società, delle elezioni che si avvicinano e di Israele (non si sbaglia mai a citarlo, nel mondo arabo) che specula.
La crisi dei pomodori, così è stata “bollata” dai giornali, segue di alcuni mesi un’altra impasse che ha duramente colpito la società egiziana, quella dell'hashish. E non c’è ironia alcuna in tale affermazione. Illegale, ma parte della cultura popolare, l'hashish è una risorsa imprescindibile per milioni di cittadini, uomini e donne, nei grandi centri urbani come nelle aree agricole e nel deserto.
“Insieme contro la crisi dell’hashish in Egitto” è il nome del gruppo nato su Facebook nel mese di aprile, a seguito del rincaro delle agognate piantine. Scarso il successo dell'iniziativa, che ha raccolto una trentina di membri per ovvi motivi.
Rastrellato dai servizi di sicurezza, accumulato dagli spacciatori per farne lievitare il prezzo oppure rimasto fermo all’origine, là dove viene coltivato nelle montagne del Sinai per difficoltà di trasporto, l’hashish ha fatto parlare di sé per settimane, senza ipocrisie, anche in prima serata. Amr Adib, anchorman egiziano di "Al Qahira Al Youm" (Il Cairo oggi), ha dedicato una puntata della sua trasmissione alle lamentele per la scomparsa dell’hashish, lasciando invece alle autorità una campagna anti-droghe.
Intanto, mentre gli spettatori si concentrano su verdure e droghe leggere, la maggioranza smonta pezzo per pezzo le opposizioni politiche, religiose e laiche, e si prepara al passaggio dello scettro dal presidente Hosni Mubarak a un nuovo “faraone”. Una strategia già utilizzata nel 2005, prima delle urne, quando la polizia si è accanita su cittadini e turisti omosessuali, arrestati al Cairo a feste private o in locali pubblici.
Ecco perché la comunità gay del Cairo è sul chi va là: «Alla vigilia della festa organizzata da un personaggio abbastanza in vista, qualche settimana fa, si è sparsa la voce che i servizi segreti avrebbero fatto irruzione» ha raccontato a Lettera43 un invitato al prestigioso party, «Visto il periodo, l’allarme è stato preso sul serio e la festa annullata all’ultimo momento».
http://www.lettera43.it/articolo/1292/pomi-doro-e-hashish.htm
martedì 19 ottobre 2010
Farah, la prima hostess di Dubai
A una prima lettura non sembrerebbe una notizia degna di nota, anzi non sembrerebbe proprio una notizia il fatto che la ventisettenne di Dubai Farah Saeed, al termine di un corso di formazione per hostess della durata di otto settimane, sia entrata a far parte dello staff della compagnia aerea Etihad, insegna emiratense nata nel 2003.
E invece Farah, che ha effettuato il suo primo volo nella tratta fra Londra e Istanbul la seconda settimana di ottobre, ha ritrovato il proprio volto mediorientale, truccato a regolare d’arte in occasione del debutto, su svariati organi di stampa del Golfo e ora sta facendo il giro del mondo via web.
Perché prima di lei, fra tre mila hostess e steward della compagnia di bandiera non c’era mai stato un cittadino degli Emirati: eppure le nazionalità rappresentate sono un centinaio.
Scontato l’entusiasmo della pioniera, che si sente investita di un ruolo quasi diplomatico: «Ho intenzione di condividere cultura e ospitalità degli Emirati con più persone possibile e in più luoghi possibili al mondo». Un progetto sostenuto dalla famiglia: «Chi mi circonda mi ha incoraggiato a diventare la prima cittadina degli Emirati a imbarcarsi in questa carriera».
La nuova arrivata, hanno precisato i vertici di Etihad (letteralmente l’Unione, in riferimento all’Unione degli Emirati arabi, ndr), non si sentirà sola perché gli emiratensi abbondano, invece, fra piloti professionisti e allievi. Parola del direttore generale della compagnia, James Hogan, palesemente non oriundo di Dubai.
E a questo punto si riapre il dibattito sul tessuto sociale di alcuni emirati della penisola arabica, non necessariamente i sette dell’Unione, ma anche Kuwait, Qatar, Bahrein, abitati da poche centinaia di migliaia di cittadini autoctoni e milioni di emigrati per motivi di lavoro.
Qualche numero. Dei circa tre milioni e 100 mila abitanti del Kuwait, sono originari del posto appena 960 mila. In Bahrein vivono 672 mila persone, di cui solo il 64% è indigeno. In Qatar, su un milione e mezzo di abitanti, tre quarti hanno un permesso di lavoro temporaneo.
Negli Emirati arabi la sproporzione è ancora più eclatante: su otto milioni di abitanti, non più del 20% è nato in loco. Tutti gli altri sono “expat”, espatriati.
Generalizzando, nei sultanati arabi l’immigrazione è in prevalenza di etnia indiana, pakistana, cingalese, filippina, iraniana per quanto riguarda edilizia e ristorazione. Quella occidentale rappresenta una minoranza e occupa posti di responsabilità nelle sedi mediorientali di grandi network internazionali.
L’hostess Farah Saeed è il simbolo di una strategia, la cosiddetta “emiratizzazione” del personale, inaugurata da Abu Dhabi dieci anni fa e finora rivelatasi poco fruttuosa. A più riprese il governo ha tentato di stimolare l’assunzione di personale locale a colpi di decreti, ma soprattutto nel settore privato non c’è stato verso: per citare una normativa disattesa, nella primavera del 2009 ai privati operanti negli Emirati è stato imposto di assumere, nei comparti amministrativo e risorse umane, personale locale.
Un tentativo congiunto dei ministeri degli Affari esteri e del Lavoro di procedere per settori professionali che però è naufragato dopo poco, anche a causa della crisi congiunturale negli Emirati: come dire, nella seconda metà del 2009 numerose aziende internazionali con base a Dubai hanno chiuso o ridotto le proprie sedi. Meglio non innervosire quelle rimaste.
Ai cittadini emiratensi, dunque, non è rimasto altro strumento per competere con gli stranieri che studiare. Le possibilità non mancano: il 22,7% del bilancio federale 2010, circa 9,9 miliardi di dirham (1,91 miliardi di euro), è stato investito in educazione, con borse di studio per gli studenti arabi, costruzione di atenei e scuole di specializzazione ad Abu Dhabi, Dubai e Sharjah, gemellaggi con poli universitari di livello internazionale.
Solo un dettaglio da segnalare: il reclutamento di personale docente straniero per dare autorevolezza alle giovani università. Ancora.
http://www.lettera43.it/articolo-breve/1187/farah-prima-hostess-di-dubai.htm
E invece Farah, che ha effettuato il suo primo volo nella tratta fra Londra e Istanbul la seconda settimana di ottobre, ha ritrovato il proprio volto mediorientale, truccato a regolare d’arte in occasione del debutto, su svariati organi di stampa del Golfo e ora sta facendo il giro del mondo via web.
Perché prima di lei, fra tre mila hostess e steward della compagnia di bandiera non c’era mai stato un cittadino degli Emirati: eppure le nazionalità rappresentate sono un centinaio.
Scontato l’entusiasmo della pioniera, che si sente investita di un ruolo quasi diplomatico: «Ho intenzione di condividere cultura e ospitalità degli Emirati con più persone possibile e in più luoghi possibili al mondo». Un progetto sostenuto dalla famiglia: «Chi mi circonda mi ha incoraggiato a diventare la prima cittadina degli Emirati a imbarcarsi in questa carriera».
La nuova arrivata, hanno precisato i vertici di Etihad (letteralmente l’Unione, in riferimento all’Unione degli Emirati arabi, ndr), non si sentirà sola perché gli emiratensi abbondano, invece, fra piloti professionisti e allievi. Parola del direttore generale della compagnia, James Hogan, palesemente non oriundo di Dubai.
E a questo punto si riapre il dibattito sul tessuto sociale di alcuni emirati della penisola arabica, non necessariamente i sette dell’Unione, ma anche Kuwait, Qatar, Bahrein, abitati da poche centinaia di migliaia di cittadini autoctoni e milioni di emigrati per motivi di lavoro.
Qualche numero. Dei circa tre milioni e 100 mila abitanti del Kuwait, sono originari del posto appena 960 mila. In Bahrein vivono 672 mila persone, di cui solo il 64% è indigeno. In Qatar, su un milione e mezzo di abitanti, tre quarti hanno un permesso di lavoro temporaneo.
Negli Emirati arabi la sproporzione è ancora più eclatante: su otto milioni di abitanti, non più del 20% è nato in loco. Tutti gli altri sono “expat”, espatriati.
Generalizzando, nei sultanati arabi l’immigrazione è in prevalenza di etnia indiana, pakistana, cingalese, filippina, iraniana per quanto riguarda edilizia e ristorazione. Quella occidentale rappresenta una minoranza e occupa posti di responsabilità nelle sedi mediorientali di grandi network internazionali.
L’hostess Farah Saeed è il simbolo di una strategia, la cosiddetta “emiratizzazione” del personale, inaugurata da Abu Dhabi dieci anni fa e finora rivelatasi poco fruttuosa. A più riprese il governo ha tentato di stimolare l’assunzione di personale locale a colpi di decreti, ma soprattutto nel settore privato non c’è stato verso: per citare una normativa disattesa, nella primavera del 2009 ai privati operanti negli Emirati è stato imposto di assumere, nei comparti amministrativo e risorse umane, personale locale.
Un tentativo congiunto dei ministeri degli Affari esteri e del Lavoro di procedere per settori professionali che però è naufragato dopo poco, anche a causa della crisi congiunturale negli Emirati: come dire, nella seconda metà del 2009 numerose aziende internazionali con base a Dubai hanno chiuso o ridotto le proprie sedi. Meglio non innervosire quelle rimaste.
Ai cittadini emiratensi, dunque, non è rimasto altro strumento per competere con gli stranieri che studiare. Le possibilità non mancano: il 22,7% del bilancio federale 2010, circa 9,9 miliardi di dirham (1,91 miliardi di euro), è stato investito in educazione, con borse di studio per gli studenti arabi, costruzione di atenei e scuole di specializzazione ad Abu Dhabi, Dubai e Sharjah, gemellaggi con poli universitari di livello internazionale.
Solo un dettaglio da segnalare: il reclutamento di personale docente straniero per dare autorevolezza alle giovani università. Ancora.
http://www.lettera43.it/articolo-breve/1187/farah-prima-hostess-di-dubai.htm
lunedì 18 ottobre 2010
Pellegrini con stile alla Mecca
Nel tentativo di diversificare la propria economia, alimentata quasi esclusivamente dai petroldollari, l’Arabia saudita ha intenzione di potenziare l’industria del turismo religioso contendendo agli emirati vicini e alle mete internazionali i visitatori a cinque stelle.
Lo dimostrano le misure approvate dalle autorità saudite nel corso del 2010, finalizzate a migliorare la qualità dei servizi offerti ogni anno a milioni di pellegrini musulmani in visita alla Mecca e a Medina (secondo le autorità saudite, due milioni e mezzo nel 2009, ndr) e le azioni promozionali lanciate per catturare nuove fette di mercato. Un mare magnum di un miliardo e mezzo di fedeli sparsi in tutto il globo.
A gestire la complicata macchina organizzativa dei pellegrinaggi è il ministero saudita dell’Hajj, che fornisce «servizi integrati ai pellegrini della casa inviolabile di Allah», si legge sul sito web del dicastero. Al ministero fa capo il comitato centrale saudita per l’Hajj e la Omraa, le due tipologie di pellegrinaggio compiute dai fedeli musulmani, che concede ai tour operator, locali e stranieri, la licenza dopo attenta valutazione della candidatura.
Fra le condizioni che le agenzie turistiche abilitate devono rispettare vi è l’obbligo di versare alle autorità una caparra compresa fra 20 mila e 100 mila euro, che viene restituita solo se, al termine del soggiorno, nessun viaggiatore si è lamentato del trattamento. Questo dopo anni di sistemazioni precarie, proteste e incidenti, anche molto gravi, che hanno spinto Riyadh a istituire un severo sistema di multe e controlli per gli operatori turistici che non rispettano i contratti sottoscritti con i pellegrini.
Nei Paesi a maggioranza musulmana da cui partono centinaia di migliaia di fedeli ogni anno, esistono ministeri degli Affari religiosi con uffici appositi in costante coordinamento con i colleghi sauditi.
Per l’Italia, la quota annuale di “viaggiatori della fede” concessa dal regno saudita è di 3 mila persone all’anno (pari all’1% della popolazione musulmana, ndr), coordinate da una rete di agenzie munite di speciale permesso: sono nove quelle che detengono la licenza per l’Hajj, il pellegrinaggio maggiore, e due per l’Omraa, il minore.
«I pellegrini che partono dall’Italia lo fanno quasi esclusivamente per l’Hajj, che per i fedeli è una farida, cioè un obbligo», ha spiegato a Lettera43 Hossam Zahran, titolare dell’agenzia Palma Aquarius tours di Milano.
La quota di pellegrini gestita da Aquarius è di 94 unità all’anno (di cui due o tre italiani convertiti), né più né meno, stabilita in coordinamento con le altre insegne: «Lavoriamo tutti insieme su base nazionale, molti pellegrini si rivolgono a noi su segnalazione dei centri culturali islamici» ha specificato Zahran.
Per il pellegrinaggio maggiore, secondo il calendario lunare di quest’anno dal 14 al 17 novembre, gli operatori sono soliti iniziare i preparativi anche tre o quattro mesi prima: «È importante per riuscire ad assicurarsi buoni posti, negli alberghi e nelle tende vicine all’area sacra della Kabah, con prezzi giusti» ha aggiunto l’agente di viaggio.
Ecco un pacchetto-tipo: il pellegrino in partenza dall’Italia «paga meno di quanto pagherebbe dall’Egitto o da un altro Paese arabo. Il costo da qui è in media di 3 mila euro fra viaggio aereo, soggiorno in albergo, posto in tenda con aria condizionata e materasso (durante i riti all’interno delle zone sacre, ndr), pasti, bibite, spostamenti durante tutto il soggiorno», di una decina di giorni. Escluse le mance ad autisti, fattorini e portieri.
Quanto ai turisti non musulmani interessati a scoprire l’Arabia saudita, le speranze sono poche: per loro i luoghi santi dell’Islàm non sono accessibili. Poi, secondo Zahran, «c’è ben poco da vedere e non ci sono strutture adeguate per l’accoglienza». Gli ostacoli burocratici fanno passare la voglia: nel 2009 sono stati concessi solo 20 mila visti non religiosi, per motivi di lavoro o per visita a familiari in loco.
Chi l’ha detto che un pellegrino non vuole anche divertirsi. Nuovi “pacchetti” che abbinano il pellegrinaggio ai soggiorni-vacanza sono ora reclamizzati in Egitto, Emirati arabi, Malesia e Marocco.
Media e alta borghesia sono i target privilegiati dell’operazione. Grossi portafogli e scrupoli morali su dove portare la prole in vacanza? Basta licenziose capitali occidentali, largo alle località “sante”.
E il settore alberghiero fiorisce: le insegne Movenpick, Le Meridien, Intercontinental, Rotana, Ramada offrono sistemazioni a cinque stelle nel cuore della Mecca. Per hotel più economici, invece, è necessario allontanarsi anche di centinaia di km, in pieno deserto.
http://www.lettera43.it/articolo/1053/pellegrini-con-stile.htm
Lo dimostrano le misure approvate dalle autorità saudite nel corso del 2010, finalizzate a migliorare la qualità dei servizi offerti ogni anno a milioni di pellegrini musulmani in visita alla Mecca e a Medina (secondo le autorità saudite, due milioni e mezzo nel 2009, ndr) e le azioni promozionali lanciate per catturare nuove fette di mercato. Un mare magnum di un miliardo e mezzo di fedeli sparsi in tutto il globo.
A gestire la complicata macchina organizzativa dei pellegrinaggi è il ministero saudita dell’Hajj, che fornisce «servizi integrati ai pellegrini della casa inviolabile di Allah», si legge sul sito web del dicastero. Al ministero fa capo il comitato centrale saudita per l’Hajj e la Omraa, le due tipologie di pellegrinaggio compiute dai fedeli musulmani, che concede ai tour operator, locali e stranieri, la licenza dopo attenta valutazione della candidatura.
Fra le condizioni che le agenzie turistiche abilitate devono rispettare vi è l’obbligo di versare alle autorità una caparra compresa fra 20 mila e 100 mila euro, che viene restituita solo se, al termine del soggiorno, nessun viaggiatore si è lamentato del trattamento. Questo dopo anni di sistemazioni precarie, proteste e incidenti, anche molto gravi, che hanno spinto Riyadh a istituire un severo sistema di multe e controlli per gli operatori turistici che non rispettano i contratti sottoscritti con i pellegrini.
Nei Paesi a maggioranza musulmana da cui partono centinaia di migliaia di fedeli ogni anno, esistono ministeri degli Affari religiosi con uffici appositi in costante coordinamento con i colleghi sauditi.
Per l’Italia, la quota annuale di “viaggiatori della fede” concessa dal regno saudita è di 3 mila persone all’anno (pari all’1% della popolazione musulmana, ndr), coordinate da una rete di agenzie munite di speciale permesso: sono nove quelle che detengono la licenza per l’Hajj, il pellegrinaggio maggiore, e due per l’Omraa, il minore.
«I pellegrini che partono dall’Italia lo fanno quasi esclusivamente per l’Hajj, che per i fedeli è una farida, cioè un obbligo», ha spiegato a Lettera43 Hossam Zahran, titolare dell’agenzia Palma Aquarius tours di Milano.
La quota di pellegrini gestita da Aquarius è di 94 unità all’anno (di cui due o tre italiani convertiti), né più né meno, stabilita in coordinamento con le altre insegne: «Lavoriamo tutti insieme su base nazionale, molti pellegrini si rivolgono a noi su segnalazione dei centri culturali islamici» ha specificato Zahran.
Per il pellegrinaggio maggiore, secondo il calendario lunare di quest’anno dal 14 al 17 novembre, gli operatori sono soliti iniziare i preparativi anche tre o quattro mesi prima: «È importante per riuscire ad assicurarsi buoni posti, negli alberghi e nelle tende vicine all’area sacra della Kabah, con prezzi giusti» ha aggiunto l’agente di viaggio.
Ecco un pacchetto-tipo: il pellegrino in partenza dall’Italia «paga meno di quanto pagherebbe dall’Egitto o da un altro Paese arabo. Il costo da qui è in media di 3 mila euro fra viaggio aereo, soggiorno in albergo, posto in tenda con aria condizionata e materasso (durante i riti all’interno delle zone sacre, ndr), pasti, bibite, spostamenti durante tutto il soggiorno», di una decina di giorni. Escluse le mance ad autisti, fattorini e portieri.
Quanto ai turisti non musulmani interessati a scoprire l’Arabia saudita, le speranze sono poche: per loro i luoghi santi dell’Islàm non sono accessibili. Poi, secondo Zahran, «c’è ben poco da vedere e non ci sono strutture adeguate per l’accoglienza». Gli ostacoli burocratici fanno passare la voglia: nel 2009 sono stati concessi solo 20 mila visti non religiosi, per motivi di lavoro o per visita a familiari in loco.
Chi l’ha detto che un pellegrino non vuole anche divertirsi. Nuovi “pacchetti” che abbinano il pellegrinaggio ai soggiorni-vacanza sono ora reclamizzati in Egitto, Emirati arabi, Malesia e Marocco.
Media e alta borghesia sono i target privilegiati dell’operazione. Grossi portafogli e scrupoli morali su dove portare la prole in vacanza? Basta licenziose capitali occidentali, largo alle località “sante”.
E il settore alberghiero fiorisce: le insegne Movenpick, Le Meridien, Intercontinental, Rotana, Ramada offrono sistemazioni a cinque stelle nel cuore della Mecca. Per hotel più economici, invece, è necessario allontanarsi anche di centinaia di km, in pieno deserto.
http://www.lettera43.it/articolo/1053/pellegrini-con-stile.htm
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